Trent’anni

IMG_9687Era un po’ che ci pensavo. Con un po’ di rammarico, perché trent’anni sono tanti. Anche per un Amarone. Certo era di Allegrini, era del 1990 (annata monstre). Ma trent’anni sono tanti. E forse,  mi dicevo, avrei fatto bene a berlo prima.

A dire il vero era stato sempre conservato in condizioni ottimali (tranne che per l’etichetta): prima nella cantina del palazzo cinque-seicentesco dove abita Gianni vicino a Piazza Navona; poi, gli ultimi quindici anni, nella nostra grotta di tufo. Ma trent’anni…

Comunque ieri ho deciso di “tagliare la testa al topo”. L’occasione è stata la visita di Robert, amico che ama il vino di un amore vero, non inficiato da intellettualismi sommelieristici, quell’amore che ama sorprendersi e gioire del buono. Insomma, la persona giusta nel momento giusto (dopo questo lungo lockdown) per provarlo, questo Amarone, nonostante i trent’anni…

E allora sono sceso nella grotta e ho tirato fuori la bottiglia. E un paio d’ore prima di cena ho deciso di aprirla e di far decantare il vino.

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La prima sorpresa è stata, appena tagliata via la capsula protettiva, un incredibile profumo di ciliegia che mi è arrivato al naso, nonostante il tappo fosse ancora al suo posto. Una volta stappato, il profumo era ancora fortissimo. Scaraffato l’Amarone, l’ho lasciato riposare fino alla seconda parte della cena. (Sulla prima parte, una pasta con un condimento di mia invenzione: melanzane in padella con il timo, tonno, olive taggiasche e granella di pistacchio, abbiamo bevuto un ottimo Iselis di Argiolas, un bianco potente e profumato a base di uve Nasco, antico vitigno sardo).

IMG_9692Dopo la pasta, ad accompagnare formaggi di pecora e di capra stagionati è arrivato lui, il trentenne. Ed è stata subito una grande amicizia. I trent’anni si sentivano (e si vedevano un po’ nel colore) ma neanche troppo. Erano serviti ad ammorbidirlo senza fargli perdere carattere. Al naso era intrigantissimo e in bocca una sinfonia di sfumature e sapori di frutti maturi. E anche dopo i formaggi, così, in splendida solitudine, come vino da meditazione, aveva un suo perché. Un perché lungo trent’anni.

All’ultimo sorso mi è capitato di pensare che vorrei invecchiare io così. Ai miei 90 anni arrivarci con i segni inevitabili del tempo ma senza perdere carattere. Ci metterei la firma.

 

 

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