Ancora al pozzo (pardon, alle pozze) del diavolo

Stamattina, puntuale come la vita, ho preso l’auto e sono salito al Tancia. Curva dopo curva sono arrivato al Ponticello e lì ho lasciato la macchina. Venti metri e, prima del tornante, ho preso il sentiero che scende al fosso e poi risale verso il Pozzo del diavolo. Subito la prima sorpresa: il Fosso di Tancia, o di Galantina che dir si voglia, era secco, che più secco è difficile vedere (le piogge pomeridiane di una settimana fa non hanno evidentemente avuto nessun effetto, o magari qui su non ha piovuto…). Nessun problema dunque a “guadare”, ma un triste presentimento.

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L’unica, triste pozza nel Fosso di Tancia all’altezza del Ponticello

Da lì al pozzo del Diavolo sono dieci minuti di salita. Già sapevo che cosa avrei trovato, ma anche così è stato un po’ un colpo.

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Là dove di solito c’è la cascatella…

Nella natura sempre lussureggiante spiccava per la sua assenza un particolare: l’acqua. Al suo posto tante foglie secche. La parete della cascata, liscia e verticale, è giusto umida per le poche gocce che si ostinano a scendere ma l’insieme è tristanzuolo anziché no. Oddio, in situazioni come queste puoi scendere proprio giù, dove di solito vortica l’acqua (cosa che ho fatto), e vedere meglio com’è l’insieme, quante sono le pozze, quanto sono profonde, ma è una magra consolazione.

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La pozza superiore, quella da cui parte (?) la cascata

A quel punto, visto che il tallone stava abbastanza bene e Achille non protestava, invece di un’ingloriosa marciaindrè che avrebbe definitivamente qualificato la mattinata come deludente, ho deciso di continuare a salire e di fare il giro sull’altopiano frastagliato del Tancia. Passando per l’Osteria Faducchi e poi quella del Tancia, tornare al Ponticello e alla macchina. E così ho fatto. Dalle pozze del Diavolo (come chiamarle oggi altrimenti?) si sale ancora nel bosco per mezzo chilometro e poi si taglia a sinistra per trovare la strada che da Salisano sale all’Osteria. Nel bosco incontro un capannello di cavalli che mi ignorano.

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Io però non posso ignorare l’incredibile quantità di cacche che hanno lasciato sul sentiero, che mi obbligano a saltellare come Barishnikov, sollevando ogni volta un nugolo di mosche. Proseguo a bocca rigidamente chiusa e, sia come sia dopo un po’ esco nella radura (con la mascella un po’ dolorante), arrivo all’Osteria Faducchi e vado avanti. A una svolta i “re” dei monti sabini mi impongono una sosta per fotografarli.

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Il Monte Pizzuto, a sinistra, seminascosto da un’altura e, a destra, il Monte Tancia

Da lì al Ponticello non c’è molto da raccontare: un lungo saliscendi sotto il sole, se non fosse che lungo la strada, più o meno a metà, ho incontrato delle pozze (che ho subito soprannominato le pozze del cavolo) che bloccano la via e costringono a sentieri alternativi. Le avevo già incontrate anni fa in inverno venendo dall’Osteria del Tancia ed ero tornato indietro. Non pensavo che, con la secca che c’è stata, e vista anche la condizione del Fosso, ci fossero anche a metà settembre. Devono comunque essere perenni, visto che i sentieri alternativi sono ben tracciati ed evidentemente assai utilizzati.

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Una delle “pozze del cavolo”. Non sembrano un granché ma se ci finisci dentro …

Insomma, cinque chilometri abbondanti, due ore circa di cammino, duecentocinquanta  metri di dislivello. (E qualche fantastiliardo di mosche…). Non male per un vecchietto.

12 settembre

 

 

 

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