M’ha punto Vaghezza

Sabato scorso siamo stati a un avvenimento un po’ singolare. Una cena con concerto. O meglio, un concerto con (poi) cena e (nel mezzo) un aperitivo. Il tutto organizzato da Le cucine del borgo, un ristorante di Roccantica che ha appena cambiato gestione, con uno chef giovane e promettente, e tante idee. Un ristorante che si trova all’interno del complesso di palazzo Vincentini, il borgo dentro Roccantica del quale già ho accennato un paio di volte in questo blog (vedi qui e qui).

L’idea, questa volta, è stata quella di utilizzare la mini tournée di un Ensemble barocco, anch’esso giovane e promettente, per legare all’evento musicale (il concerto nella chiesetta di S. Giuseppe al Borgo, da poco restaurata) un “evento culinario”, con un aperitivo nell’intervallo tra i due tempi del concerto, e una cena più tardi, con tre menu a scelta.

Oggi voglio parlare del concerto. Dedicato alle musiche di Arcangelo Corelli, sommo violinista di fine 600 e inizio 700, e a quelle di altri grandi autori di poco successivi scritte nel suo stile. L’Ensemble si chiama La Vaghezzaè nato da un anno o poco più, ed è formato da musiciste e musicisti giovani e appassionati, e già con una bella storia alle spalle in altri gruppi e formazioni (mentre scrivo questo post scopro che hanno appena vinto la VI edizione del concorso internazionale Maurizio Pratola de L’Aquila, e dunque: complimenti!). Mayah Kadish (violino), Victoria Melik (violino), Anastasia Baraviera (viola da gamba), Gianluca Geremia (tiorba), Marco Corsetto (cembalo) hanno eseguito con passione e rigore sonate di Corelli, Valentini, Telemann e altri. Io non ne capisco tanto di musica, ma ne ho ascoltata di più. E se ripenso alla legnosità con cui negli anni Settanta musicisti celebrati eseguivano musiche barocche su strumenti d’epoca (il che comunque era un passo avanti rispetto a esecuzioni romantiche e sovradimensionate come quelle che si facevano prima), devo dire che oggi in musicisti come quelli che abbiamo sentito sabato  certe rigidità non ci sono più e il piacere e l’emozione hanno tornata a farla da padroni (come deve essere).

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Lo spazio assai ridotto della chiesetta (coeva delle musiche e con un’acustica abbastanza buona) e dunque la prossimità agli esecutori ci ha permesso di apprezzare fino in fondo la qualità della performance e di cogliere anche il gusto (e la complicità) del suonare assieme: gli sguardi, i sorrisi, i respiri trattenuti agli attacchi, la gestualità libera dei corpi. Un valore che si è  aggiunto a un’esecuzione davvero notevole. Un gruppo che si farà strada, ne sono sicuro.

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Nell’intervallo, dopo l’aperitivo, la vista impagabile dal giardino di palazzo Vincentini

 

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