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SAM_1934Ieri siamo stati con Giovanna e Massimo a Roccantica, dove con una messa si celebrava il restauro della chiesetta (un piccolo gioiello di fine 600) del palazzo Vincentini, uno splendido borgo nel borgo. Alla fine della cerimonia (e prima di salire nella bella casa dei nostri ospiti per un rinfresco comme il faut), il gruppo musicale (soprano, contralto e organo) che aveva accompagnato la messa intonava Stille Nacht.

E subito sono stato proiettato indietro di più di cinquant’anni. A quando il 24 dicembre pomeriggio c’era la consegna dei doni da parte del Gesù bambino dei nonni (per noi non c’era Babbo Natale o Befana: era proprio Gesù bambino, anzi, Gesubambino – tutto attaccato –  che ci portava i doni se eravamo stati buoni – ma eravamo sempre buoni…). Ci trovavamo tutti a via Dandolo in quel pomeriggio, dove, nella stanza da pranzo, sul tavolo, c’erano i regali che anticipavano quelli che poi avremmo trovato la mattina dopo sotto l’albero di Natale. Prima di entrare nella stanza dei regali, ci si riuniva tutti  in salotto, mia madre si metteva al pianoforte e tutti intonavamo Stille Nacht che nonna Maria ci aveva insegnato. Sulle nostre voci incerte di bambini che ripetevano “a pecorone” parole di cui non capivano il senso, si stagliava quella, sopranile, anziana ma ancora protagonista della nonna, l’unica del resto – a parte papà, zio Adriano e mamma (che il tedesco l’aveva studiato) ma non mi ricordo se cantassero anche loro – che capiva quello che stava cantando.

E dopo la canzone natalizia, iniziava la meraviglia. Le porte si aprivano e cominciava lo spacchettamento e le grida di gioia. Certo, può sembrare strano questo Gesubambino che veniva due volte per noi – prima il 24 pomeriggio dai nonni e poi la notte a casa – ma per me era normale. E del resto era sempre stato così. E fu così fino a quando il mio amico Andrea, oggi valente magistrato, mi disse – avrò avuto otto o nove anni – di guardare nell’ultimo cassetto di mamma qualche giorno prima di Natale…

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