Sharon e Herr A.

Sto leggendo un libro curioso. Bello e divertente, ma tristissimo. Si intitola Sharon e mia suocera e l’ha scritto Suad Amiry, architettrice (adesso si può dire anche così…) palestinese, durante l’occupazione di Ramallah da parte dell’esercito israeliano nel biennio 2001-2002 durante la Seconda Intifada. Divertente perché l’autrice racconta le cose anche tremende che vive e vede intorno a se ma lo fa sempre con uno humour decisamente amaro. Triste per quello che succedeva, e, in forme meno eclatanti, probabilmente succede ancora (dico probabilmente perché della situazione palestinese nessuno parla più, ma non sono mai arrivate notizie di cambiamenti veri o di ritiro dei coloni dalla West Bank).

Ma com’è mio costume non voglio recensire alcunché. Ne parlo solo perché leggendolo mi sono reso conto di quanto Herr A. sia vicino. Premessa. Io non sono un esperto di cose mediorientali, ma in Israele (e nei territori) ci sono stato. Per lavoro. E proprio alla fine del periodo di cui parla Suad Amiry, nel giugno 2002. Dovevo seguire per il giornale una manifestazione pacifista (era prevista una catena umana intorno alle mura della città vecchia di Gerusalemme) e, qualche giorno prima, andai con una delegazione della Cgil a incontrare il segretario del sindacato palestinese a Nablus. Ho visto e vissuto (ma da occidentale) i posti di blocco. Ricordo che lasciammo l’automobile con cui eravamo usciti da Gerusalemme in una stazione di servizio per imbarcarci su un’altra automobile che s’inerpicò per strade sterrate per evitare altri posti di blocco. Ricordo l’arrivo a Nablus e come andammo a casa del sindacalista due alla volta, camminando rasenti i muri, mentre in alto sui tetti c’erano soldati israeliani ovviamente armati. Ricordo anche quando uno dei soldati puntò l’arma verso di noi dicendo qualcosa che non capimmo e io mi nascosi dietro il compagno accanto al quale stavo, molto più alto e grosso di me…

Sono cose che non si dimenticano, come non dimentico il giro nella meravigliosa Gerusalemme Vecchia e quando mi fecero vedere la casa che il generale Sharon s’era comprato nella parte musulmana, vicino alla Via Dolorosa. Però, nonostante questo vissuto, sono dovuto arrivare a pagina 70 del libro per capire che era il generale Ariel Sharon, quello del titolo. Io mi ero fissato che si dovesse trattare di un’amica americana o inglese della protagonista, una signora di nome Sharon, ma Sharon non compariva mai. E dai che provavo a immaginare come potesse entrare nella storia. Sforzo inutile.

Adesso ci scherzo, ma quando ho capito il misunderstanding mi sono preoccupato. Epperò: scrivo, leggo, gioco a Sudoku, cerco di fare una vita sana. Che posso fare di più? Se Herr A. dovesse arrivare davvero vorrà dire che era inevitabile…

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