Il Ponte della Ranocchia: la ruota del faraone e altri ricordi

Questo che state per leggere è un post di ricordi (tanto per cambiare, potrebbe dire qualcuno…). Ma è anche un post sul meccanismo del ricordo, almeno in un 67enne che un tempo aveva una memoria notevole e oggi arranca un po’ (ma finché riesce ad usare Internet se la cava).

Non so come e perché ieri a un certo punto mi è venuto in mente Il ponte della Ranocchia. Che è un luogo di Roma (lungo la Circonvallazione Appia) ed è stato anche un ristorante abbastanza importante della nostra vita in un certo periodo (parliamo di circa venticinque anni fa, non proprio bruscolini, insomma). Al Ponte della Ranocchia siamo stati spesso, in quel periodo. Era gestito da una coppia (una lei e un lui) che pur senza precedenti esperienze nel campo si erano lanciati in quell’avventura spinti dall’entusiasmo e da quella bella dose d’incoscienza senza la quale la vita scorre quieta e (a volte) noiosa. Lei stava in cucina e lui in sala. Noi (il sottoscritto e altri amici, tra cui uno, Antonio, che ancora vedo e con il quale quando posso bevo volentieri e, quando non posso, ci scambiamo vini in modo da poterne parlare in seguito) conoscemmo lui mentre frequentavamo dei corsi di vino dell’Arci Gola (Slowfood era ancora in mente dei). 

Una sera, questo non lo dimenticherò mai, organizzammo lì una cena-degustazione con i più buoni (e cari) vini di Borgogna, quelli della Romanée Conti. Non starò qui a fare l’elenco, dico solo che qualche sera prima fui incaricato di portare in loco (in motorino!) una Magnum di La Tâche del 1990. E non aggiungo altro.

Ecco un po’ di bocce della mitica La Tâche del 1990

Mentre ricordavo è sorto il primo scoglio. Ma come si chiamavano lui e lei? Buio profondo. Il primo a emergere dal buio è stato lui. Ricordavo perfettamente com’era, i capelli biondo rossicci, il vocione profondo, la risata un po’ gorgogliante tipicamente romana, ma mi ci è voluto un po’ per far venire a galla quel “Sandro”, anzi “Sandrone” che ha messo a posto un tassello. Ci è voluto un altro po’ a far emergere anche il nome di lei, Mara. Anche di lei ricordavo l’aspetto fisico, i capelli tagliati corti, la grinta e la passione con cui tirava fuori nuovi piatti, dai libri o inventandoli, che magari eravamo tra i primi a provare. Ricordo che ci raccontava come fosse complicato imparare giorno per giorno la gestione dei tempi, in un ristorante, essenziale per razionalizzare il lavoro e non scontentare i clienti.

A questo punto si è affacciato un nuovo scoglio. Mi era venuto in mente che c’era un piatto che in qualche modo era “la sigla” del ristorante, un piatto della antica cucina giudia che Mara aveva scovato in qualche vecchio libro. Ma sul nome, buio più totale. Anche lì la vecchia talpa ha cominciato a scavare e prima è venuto fuori la parola “faraone”, poi la parola “ruota” e poi anche gli ingredienti: le fettuccine, il sugo di carne, il prosciutto d’oca. E poi è emersa l’immagine del piatto, il suo ottimo sapore e insieme Mara che ci raccontava tutta contenta di come l’avesse trovato, l’avesse sperimentato più volte per trovare la giusta sintesi tra gli ingredienti.

Con Sandro e Mara siamo stati amici. Andavamo spesso a cena nel loro ristorante. Ricordo che portavamo noi i vini – ognuno un paio di bottiglie e loro due assaggiavano con noi – e lo sguardo attonito degli altri clienti quando vedevano sul nostro tavolo sette-otto bottiglie… Con Sandro e Mara abbiamo anche fatto viaggetti insieme, in Toscana e in Umbria, per sperimentare ristoranti e conoscere nuove case vinicole. Poi però, come spesso succede, ci siamo persi di vista, non saprei dire perché. Da un’amica comune ho saputo qualche tempo dopo che si erano separati, nella vita e nel lavoro, e poi che Sandro era morto, ancora giovane, non so se in un incidente di moto o qui la memoria m’inganna. 

Ho cercato su Google il Ponte della Ranocchia. Ho visto qualcosa sul toponimo e poco sul ristorante (ma comunque nella versione, che non conosco, di chi è succeduto a Sandro e Mara, di loro niente). E ho l’impressione che il ristorante non ci sia più. Un giro sulle Mappe (sempre di Google) mi sembra confermare questa impressione. 

E allora spero che questo post riporti nella rete la memoria di due amici, due persone a cui ho voluto bene, con le quali ho condiviso momenti belli e felici, di quando stavo a Roma e Roma mi piaceva. Più di questo non posso fare (mentre scrivo mi viene in mente un altro ricordo, assai parziale, una pasta con il sugo a base di sedano, erano linguine ed erano le linguine al Ponte della Ranocchia, un’invenzione di Mara che ne andava giustamente fiera). 

Posso solo corredare questo ricordo con un’immagine, se la trovo, di La Tâche 1990, e premere “invia”. Poi, succeda quel che deve succedere.

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