Il borsello scomparso

Oggi mentre scendevo le scale di un palazzo di via Cola di Rienzo, dopo aver fatto l’ultima (per adesso) seduta di agopuntura, mi è tornata in mente una vicenda di quaranta e rotti (per l’esattezza sei) anni fa.

Vivevo a Milano in quella fine di 1972 inizio di 1973. Avevo diciannove anni e facevo uno stage all’ufficio pubbliche relazioni della Dalmine, storica azienda siderurgica lombarda, e il mio uffìcio si trovava su via Brera, proprio di fronte alla Pinacoteca. A due passi c’era il bar Jamaica, dove spesso ci facevamo un aperitivo, io e il mio compagno di stanza, Aldo R., genovese,  voce profonda e roca da gran fumatore ed ex attore. Aldo era il mio unico amico a Milano, dove vivevo a casa della zia Paola e di zio Luciano, ma tutti i week end tornavo a Roma (partenza in cuccetta con il treno delle 23 e 25 del venerdì dalla Stazione Centrale; ritorno, sempre in cuccetta, con il treno delle 23 e 40 di domenica da Termini).

Con Aldo ci vedevamo una volta a settimana a casa sua per mangiare assieme. Lui cucinava, io portavo il vino. Aldo viveva in un mini appartamento all’ultimo piano di uno stabile di via Settembrini, zona Stazione, appartamento che doveva essere stato lo “scannatoio” dell’inquilino precedente, vista la testiera del letto trovata in loco, illustrata con abbondanti raffigurazioni del Kama Sutra (noi favoleggiavamo, dopo qualche bicchiere, che il vecchio porco – così dicevamo allora scherzando, oggi penso piuttosto “il poveretto” – fosse morto lì, su quel letto, mentre cercava di copiare una posizione particolarmente impegnativa…).

Ogni volta mi presentavo con un paio di bottiglie, la cena era piuttosto impegnativa, e il vino scorreva abbondante. Aldo era un ottimo cuoco,  faceva un pesto favoloso («alla maniera medievale – diceva –  da veri uomini»: senza pinoli e parmigiano, solo basilico olio aglio e pecorino, un bel mortaio di marmo e tanta pazienza) e cucinava anche il pesce assai bene (ricordo certi moscardini da risvegliare i morti…). Chiacchieravamo del più e del meno. Lui mi raccontava del teatro di Genova, di Orazio Costa, di quanto fosse difficile sbarcare il lunario se la passione era superiore al talento. Io avevo cose assai meno interessanti da raccontare e quindi più che altro ascoltavo. Quando uscivo, e di solito se non era mezzanotte ci mancava poco, prendevo la “rumenta” – così i genovesi chiamano la spazzatura – e poi la buttavo in uno sportello nel muro del pianerottolo tra piano e piano: da lì un condotto portava il sacchetto direttamente in uno stanzino al pianterreno dove la mattina dopo i netturbini avrebbero ritirato l’immondizia del palazzo.

borsello-regularUna sera, dopo aver abbondantemente mangiato e bevuto, sulla strada verso la stazione mi accorgo di non avere più il borsello (era piccolo e lo portavo legato al polso, ma dentro avevo praticamente tutto). Torno veloce sui miei passi, citofono, salgo da Aldo, cerchiamo dappertutto ma niente. Il borsello non c’è. «Cazzo cazzo cazzo – mi dico e gli dico – e mo’ come faccio?» Poi l’illuminazione. Vuoi vedere… Scendiamo al piano terra, e lì, nello stanzino della rumenta, in cima a una piramide di sacchi troneggiava il mio borsello.

Oggi a via Cola di Rienzo cercavo, nel pianerottolo tra piano e piano, quell’apertura. Ma non c’era. Il ricordo però è tornato prepotente lo stesso…

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