E che sarà mai, un tramezzino tonno e carciofino…

Unknown scStamattina ho riso fino alle lacrime leggendo un passo di Con molta curail libro di Severino Cesari che occupa un posto d’onore sul mio comodino (l’avevo comprato sul Kindle ma l’ho voluto anche di carta, perché il libro che puoi sfogliare e, volendo, anche odorare è un’altra cosa…) e che sto centellinando, una pagina o poco più al giorno, perché penetri, perché resti.

Il pezzetto che ho letto stamattina riguardava una scena nella sala d’aspetto di una clinica dove l’autore e altri colleghi di sventure dovevano sottoporsi a una scintigrafia miocardica, un siparietto davvero irresistibile: il contrasto tra il tema – la serietà dell’esame – e lo svolgimento – l’atteggiamento “sticazzista” di alcuni pazienti rispetto alle norme severissime relative al cibo da ingerire durante l’esame – è così eclatante che davvero ho rischiato di farmela sotto, dal ridere.

«Lei ha già mangiato, mi scusi?» chiede Cesari a una compagna di sventura. E questa dice che sì, è andata al bar e ha chiesto quello che le avevano detto di prendere: due fette biscottate, due succhi di frutta e mezzo bottiglia d’acqua da ingerire tra la prima e la seconda fase dell’esame. Solo che, aggiunge, siccome invece di due fette le hanno dato due pacchetti di fette, allora se l’è mangiate tutte, «tanto che c’eravamo…». Attonito Cesari ribatte: «Ma come, tutte? Dice che si può fare? Ma allora, anche io potevo…». E lo stupore dell’autore va all’ennesima potenza quando un altro paziente, mentre discutono del modo in cui vengono chiamate le persone per l’esame, si lascia sfuggire con nonchalance che anche lui, al bar, ha preso quello che c’è scritto sul foglietto. «Quelle cose lì, fette biscottate, succhi di frutta, tramezzino». «Ma quale tramezzino, mi scusi – insorge lo scrittore –. Mica c’è scritto, il tramezzino.» «Ah ma io l’ho mangiato uguale – ribatte l’altro paziente –. Avevo fame. Hai voglia, le fette biscottate. E che sarà mai, un tramezzino tonno e carciofino? Anzi due.» «Beh, visto che c’eravamo» chiosa rassegnato Cesari.

È così “romano”, il tutto, e insieme così umano, che l’ho riletto un par de volte, sempre con le lacrime agli occhi e il riso che si strozzava nella gola. Che grande libro, che mischia così l’alto con il basso, la vita con la morte, il cibo con la malattia. E che bella persona che doveva essere Severino Cesari.

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