La grotta nella roccia

La prima volta ci sono stato anni fa, con mio fratello. E feci una strada molto più impegnativa, fermando la macchina sulla strada del Tancia poco dopo il Trio, dove un tempo c’era la discarica di Poggio Catino, e prendendo da lì un sentiero che scendeva nella valle, passava il torrente Galantina e poi risaliva dall’altra parte, fino a ricongiungersi al sentiero che sale da Roccantica.

IMG_9722Ieri all’Eremo di S. Michele ci sono andato invece seguendo il percorso più facile e logico. Quello che dal Ponticello di Tancia arriva, in circa un quarto d’ora di salita morbida morbida, al bivio dove il sentiero si fa più erto e in un centinaio di metri ti porta sotto la falesia bianca nella quale si apre la grotta-santuario dell’Arcangelo, al termine di una scala ripida e dai tanti scalini. La grotta oggi è giustamente chiusa, quello che si vede dalle sbarre è quanto l’i-Phast ha ripreso ieri prima di morire per l’ennesima volta… Per vedere un po’ di più, basta cliccare sul link precedente (quello sulle parole “grotta-santuario”) e c’è un video che ho preso da youtube che dà l’idea del posto.

Buffo pensare, comunque, mentre uno si aggira solo soletto nello spiazzo antistante la grotta, che questo posto è stato nel Medioevo un santuario assai importante e frequentato. Così scrive il sito Santi e Beati (e se non lo sanno loro…): “Sul Monte Tancia, nella Sabina, vi era una grotta già usata per un culto pagano, che verso il VII secolo fu dedicata dai Longobardi a S. Michele; in breve fu costruito un santuario che raggiunse gran fama, parallela a quella del Monte Gargano, che comunque era più antico. La celebrazione religiosa era all’8 maggio, data praticata poi nella Sabina, nel Reatino, nel Ducato Romano e ovunque fosse estesa l’influenza della badia benedettina di Farfa, a cui i Longobardi di Spoleto avevano donato quel santuario”.

Dell’8 maggio mi ha parlato anche il mio vicino Fernando, che ricorda bene come in quella giornata, quando lui era giovane, fossero davvero in tanti, da Montopoli e dai paesi vicini, ma anche da Fiano, e da altre località al di là del Tevere, a recarsi in pellegrinaggio, tutti a piedi (macchine allora ce n’erano assai poche), alla Grotta. Era una vera e propria festa di popolo, e arrivati lì, dopo la messa e l’omaggio all’arcangelo Michele, ci si riposava della camminata sulle rive del Galantina (“allora non c’erano gli alberi”, ricorda Fernando, “c’erano solo prati”), si preparava da mangiare, si mangiava, c’era chi suonava la fisarmonica, si cantava e si ballava. Insomma, si celebrava il santo in cielo e si faceva festa qui in terra.

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