Sapori laterali

IMG_0163Si fa presto a dire bieta al pomodoro. A parte la provenienza (rigidamente autoctona, a meno di metri 30: dalla cucina all’orto, di metri, ce ne saranno si e no una ventina…) quello che vedete fotografato nella semplicità della padella è un piatto speciale di cui devo ringraziare mia moglie.

Si fa presto a dire bieta al pomodoro infatti. E pensare che è uno dei miei cavalli di battaglia: con un bel po’ d’aglio colorato ma non troppo, la giusta quantità di peperoncino, magari con un po’ di vino (e di dado in polvere) a stemperare la forza e ad aprire nuovi percorsi gustativi.

Ma l’altra sera, quando ho messo la prima forchettata in bocca mi si è aperto un mondo di sapori. E di ricordi. Perché c’era un particolare inaspettato che cambiava tutto: un po’ di rosmarino, anch’esso ovviamente autoctono (potremmo fare centinaia di teglie di patate al forno e ancora ne avanzerebbe per un esercito, del nostro rosmarino…) che dava al piatto un gusto davvero fantastico.

I più attenti avranno notato che ho usato la parola ricordi. Ebbene sì, l’antesignano di questo connubio è stato, per me e per Daniela (che ci incontrammo per la prima volta proprio nel suo ristorante), un piatto di Marco Folicaldi, il gigante buono della Zucca Magica. Nel suo pasticcio dei tre sapori (ricetta semplice e fantastica che Il Gambero Rosso di tanti anni fa riportò in uno dei suoi menu natalizi), il primo strato di verdure era infatti di bieta (o forse di cicoria, su questo non sono sicuro…) proprio con il rosmarino – gli altri sapori erano dati dai carciofi, cotti al tegame con qualche altra erba, e dalle patate, in uno speciale puré con uova.

Che festa dei sensi, in quelle serate nel localino di Via dei Barbieri. Sapori che non ho più ritrovato, neanche nella cucina della stessa Zucca Magica trasferita a Nizza, dove siamo stati qualche anno dopo… ma che sono magicamente riapparsi l’altra sera, in quell’umile sontuoso piatto di bieta al pomodoro.

P.S. Mi accorgo adesso di aver fatto un titolo che, alla luce del post, potrebbe sembrare un po’ astruso. Il fatto è che la penna (diciamo così, anche se forse sarebbe meglio dire la tastiera) è andata in un’altra direzione rispetto a quanto avevo pensato all’inizio, quando ho iniziato appunto con il titolo.

Ma i lettori di Edward De Bono mi capiranno comunque…

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