Il club dei coglioni

Eravamo in cinque-sei (di due ho ben presenti nomi e facce, degli altri purtroppo no). E tutte le mattine ci trovavamo nell’atrio del Massimo alle sette, sette e un quarto. La scuola iniziava più di un’ora dopo. Chi per un motivo chi per un altro eravamo lì praticamente all’alba. Io, per quel che mi riguarda, venivo accompagnato a scuola da mio padre, che lavorava all’Eur, alla Cassa per il Mezzogiorno, e veniva presto per evitare il traffico; d’altronde, se fossi andato a scuola con l’autobus, sempre alla stessa ora sarei dovuto uscire di casa per poi passare un’ora e più sballottato su due diversi mezzi pubblici, con tanto di troppo contatto umano…

L’atrio del Massimo

A forza di vederci lì, alla stessa ora, sempre gli stessi, facemmo amicizia e cominciammo a prendere l’abitudine di fare colazione assieme nel bar interno, che Pasquale apriva un po’ prima delle otto. A turno ciascuno offriva agli altri il caffè e la Fiesta snack (per i cornetti era troppo presto) e così, per il resto della settimana, non c’era più il pensiero di pagare la colazione: eri ospite di un altro coglione. Già perché poi, autoironici nonostante l’età (eravamo all’inizio tutti intorno ai quindici anni) ci eravamo autonominati “Il club dei coglioni” (non sto qui a spiegare il perché).

Dopo aver consumato la colazione, c’era l’ultimo rito della mattinata: il canto “a cappella”. Sulla strada del ritorno all’atrio, ma all’esterno, sotto il corridoio delle medie, ci fermavamo e intonavamo il primo movimento della Primavera di Vivaldi. Pam pam parapam pam pam pam e via canticchiando a gote gonfie. Poi, di nuovo l’atrio dove, seduti sulle poltroncine (scomode) vicino alla vetrata, c’era giusto il tempo per le ultime letture e le ultime angosce. Di lì a poco sarebbe iniziato un altro giorno di scuola.

PS Ho trovato sulla rete questa foto che contiene tutti gli elementi del post (meno, ovviamente i “coglioni”): la vetrata dell’atrio, le poltroncine e, fuori, il corridoio sopraelevato delle medie.
Sullo sfondo, torreggiante, il “palazzo dei padri”.
Il bar interno era in una specie di piazzetta al coperto che stava alla fine di questo corridoio, ovviamente al livello del suolo.

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