Polpetta, je t’adore

L’altra sera (e poi ieri sera di nuovo) Daniela mi ha preparato delle ottime polpette con la carne dello stracotto avanzato. Io adoro le polpette, in tutte le loro declinazioni. Quelle di carne cruda, in bianco cotte nel vino, o al pomodoro, magari con la cipolla. O anche fritte nell’olio d’oliva oppure al forno. Con tutti i possibili ingredienti mixati alla carne a darle più sapore. Perché la polpetta è una e multipla: questo nome riunifica decine di cose diverse, una più buona dell’altra.

Ma la più buona, comunque, è quella preparata con la carne avanzata da una precedente cottura: arrosto, stracotto e lesso che sia. E amalgamata con mortadella, o salsiccia, mollica di pane, patate o quello che volete. Magari con un po’ d’aglio (magari un bel po’) a insaporirla fino al paradiso. E poi passata nel pangrattato e fritta, ché la regina delle polpette è quella fritta.

Ancora calda, tiepida o splendidamente fredda: chi la batte, la polpetta?
(Qui per la rima avrei dovuto scrivere “la polpedda”, ma la vergogna ha avuto il sopravvento sulla licenza poetica…)

Di polpette, nel corso della mia vita, ne avrò mangiate a centinaia, se non migliaia. Ma non ne ho mai preparata una. Nè fritta. Salvo una volta. Circa quarant’anni fa. Ero a Milano, lavoravo alla Dalmine e vivevo a casa della dello zio Luciano e della zia Paola che, da buona Urbinati, era una splendida polpettatrice. (Piccola parentesi: a partire dalla nonna Angela, mia madre e tutte le sue sorelle sono state delle maestre in polpette; di qui nasce, probabilmente, la mia passione, dall’essere stato viziato fin da piccolo). Una sera gli zii uscirono per un concerto, credo, lasciando me e i miei cugini a casa con adeguata dotazione di polpette da friggere e mangiare. Mia cugina Alessandra e io ci guardammo negli occhi: “Ma quanto olio bisogna mettere?”. E ne mettemmo pochissimo: risultato, tanto fumo e polpette scure scure. Non mi ricordo come andò a finire. Probabilmente me le sarò mangiate anche così…

Ma torniamo all’oggi. Le polpette di stasera erano ottime, saporite e delicate. Ad accompagnarle c’era una verza ripassata con l’aglio, ma anche con pinoli, uvetta e pomodoro, una sciccheria. E sul versante vino, c’era un Sagrantino di Montefalco, Colle Grimaldesco di Tabarrini del 2005, Assai buono pure lui: 15 gradi, colore rubino scuro, profumi intensi di frutti rossi (e poi, nel bicchiere vuoto, un sentore di noce impressionante). In bocca tannini importanti che si sposavano bene con il fritto della polpetta. Una cena da pietruzza bianca.

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