Quei passi pesanti dietro di me…

Ogni tanto – in realtà ogni poco – mi capita di pensare a quell’estate del 1970 nella quale passai un periodo in Inghilterra per imparare l’inglese. Mi ricordo che stetti quattro settimane in famiglia a Hildenborough, un sobborgo di Tonbridge, nel Kent, a una quarantina di chilometri da Londra (dove peraltro non andai quasi mai in quel mese).

Era un soggiorno organizzato dalla mia scuola, il Massimo, e a 17 anni ero uno dei più vecchi del gruppo. Ero ospite di una famiglia giovane, entrambi sui 35 anni. Lui si chiamava Louis, di cognome faceva qualcosa come Woodhaddock, di lei non ricordo il nome, i figli si chiamavano Pierre (alla francese) e Paul, e avevano sette-otto anni. Dopo un paio di settimane, in seguito a un incidente (un’aggressione in discoteca al nostro gruppo da parte di alcuni skinheads – le giovani francesi in vacanza preferivano i ragazzi italiani ai locali…) venne a dividere la camera con me un ragazzo di un anno più giovane, si chiamava Francesco e di cognome faceva Rutelli, che anni dopo, molti anni dopo, divenne il mio sindaco.

Più ci penso e più mi tornano in mente storie su quelle quattro settimane. Magari le racconterò in futuro. Quello che vorrei raccontare qui e adesso è il meccanismo con cui sono riuscito a ritrovare (con buona approssimazione) sulle mappe di Google la casa dei mei “genitori” inglesi

Ieri quando mi è tornato in mente quel periodo ho aperto le Maps e ho cliccato su Tonbridge (non mi ricordavo il nome di Hildenborough). Quando ho visto un “Hilden Park” si è accesa la lampadina: “Hildenborough, ecco come si chiamava il posto!” mi sono detto (con tanto di punto esclamativo). E allora ho ingrandito ancora e mi sono ricordato che la famiglia Woodhaddock abitava in una villetta a schiera, con un giardinetto davanti e uno dietro, in un comprensorio di villette bifamiliari tutte assai simili, in una stradina che finiva nel nulla che si apriva all’improvviso a destra lungo un viale. Ho esaminato le Maps e, quando ho visto una stradina che aveva tutte quelle caratteristiche e che di nome faceva “Wealden Cl.”, ecco un’altra lampadina: “Uiòlden clous, mi sono detto, è proprio lei!” (anche qui con tanto di punto esclamativo: quando mi dico le cose spesso enfatizzo un po’…). 

Dice: ma come ti sei ricordato del fatto del viale e dell’improvvisa svolta a destra? Semplice. Ho menzionato prima l’aggressione degli skinheads. Beh, in seguito a quell’episodio stavamo sempre in campana quando vedevamo una testa rasata o sentivamo alle spalle la cadenza pesante degli stivaletti che portavano. Così, un giorno, sceso dall’autobus e preso il viale che portava a casa, sentendo un passo assai pesante alle mie spalle ho accelerato un po’ – ero bello teso, lo confesso – ma quei passi pesanti erano sempre dietro di me.  Quando ho preso la svolta di Wealden Close e lui pure, ho accelerato ancora un po’ fino a cominciare a correre quando ero in prossimità della casa. Entrai trafelato senza guardarmi dietro. Quella sera a cena – questo sì, lo ricordo come se fosse oggi – Louis o sua moglie a un certo punto lasciarono cadere lì con nonchalance “Lo sai, Enrico, che qui accanto abita uno skinhead?” E io: “Lo so, lo so, cribbio se lo so…” (Probabilmente non dissi cribbio.)

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