La Brexit e noi

Unknown Middle2
Sto leggendo Middle England di Jonathan Coe, il romanzo uscito qualche mese fa con il quale l’autore inglese, uno di quelli che più amo, affronta la farsa/tragedia della Brexit. Lo fa ritirando fuori un gruppo di personaggi con i quali aveva raccontato prima gli anni settanta (La banda dei brocchi) e poi i duemila (Circolo chiuso). Lo sto leggendo avidamente e ho già finito le prime due parti in cui è diviso il romanzo, intitolate rispettivamente Merry England e Deep England, e sono entrato nella terza, quella del dopo 23 giugno 2016, quando il 51,89 per cento degli inglesi che andarono a votare mise nell’urna la propria volontà di lasciare l’Unione europea, terza parte che invece di intitolarsi New England s’intitola significativamente Old England.

Non è un saggio, è un romanzo. Ma lo scrittore con i suoi strumenti, spesso più potenti di quelli del saggista, cerca di capire e di fare capire il perché di quel voto, attraverso le motivazioni, i risentimenti e le ragioni di alcuni personaggi. E leggendolo viene in mente quanto quella Inghilterra assomigli, mutatis mutandis, all’Italia che oggi voterebbe al quaranta per cento Salvini. Quanto la classe media, da tanto senza voce, abbia lì preso la palla al balzo del referendum per farsi finalmente sentire, mentre qui abbia prima premiato i “re del vaffa a parole” e poi, vista la nullità dei pentastellati, stia scegliendo l’uomo forte che solletica i peggiori istinti (tenendo sempre però il rosario a portata di mano). Quando leggo amici e amiche sui vari social dire che, piuttosto che inveire, bisogna capire il perché questo stia avvenendo, non posso non dare loro ragione, ma poi, quando penso al dilagare del “verbo” di quel personaggio orribile, quando vedo il terreno della civiltà smottarmi sotto i piedi, non reggo più e rischio spesso un travaso di bile. E allora cambio argomento per evitare di stare male. Prima di scrivere cose troppo pesanti, insomma, di solito lascio stare.

Oggi no, non lascio stare. Dentro di me cova da tempo l’idea – che voglio dire qui papale papale – che, chi vota Salvini, o è coglione o è mascalzone: nel senso che, o si fa infinocchiare dalla propaganda della Bestia che dà risposte oscene a problemi veri, oppure ha trovato nelle politiche del ministro dell’Inferno (quanti bei giochi di parole abbiamo escogitato su di lui, e a quanto poco servono…) lo sfogo e la  giustificazione a una povertà intellettuale e morale che prima, per una sorta di vergogna sociale, non trovava sfogo mentre adesso, grazie all’azione-sturacessi dei social media, viene non solo tollerata ma rivendicata. I problemi sono veri: la mortificazione continua della classe media (di qui il risentimento contro le élites), la fine di un mondo travolto da una globalizzazione di cui nessuno (o quasi), nel mondo della politica inteso in senso lato, aveva compreso le implicazioni di lungo periodo in termini economici, lavorativi e sociali, la fatica della convivenza con culture diverse. Sono cambiamenti epocali, certo. E chi è più in basso nella scala sociale li vive in modo più pesante. Ma ad essi non si può rispondere abdicando ai fondamenti morali (citando però sempre la Madonna) che sono alla base della nostra convivenza civile e della nostra Costituzione.

Mi viene in mente un dialogo tra due personaggi di Middle England, Sophie e Ian,  moglie e marito. Sophie insegna a Londra all’università, è colta e cosmopolita, mentre Ian vive a Birmingham, è istruttore di scuola guida e ha una madre pesantemente presente nella sua vita e pesantemente di destra. Dice Ian alla moglie Sophie durante un litigio: “Non capisci come siete esasperanti, tu e tutti quelli come te, con quell’aria di superiorità morale che avete sempre nei nostri confronti”. È un’accusa che spesso sento  rivolgere a “quelli come me”. E spesso m’interrogo se questo “animabellismo” non sia davvero un vizio mio e di tante persone, di sinistra, che conosco. Ma il problema – credo di poter rispondere in tutta onestà – non è se io, o quelli come me,  ci sentiamo superiori moralmente. Il problema è che se fai certe scelte e appoggi certe persone, certe idee e certi comportamenti, sei tu che scegli di essere, moralmente, inferiore.

P.S. Se qualcuno si chiedesse se Middle England mi sia piaciuto o no, posso rispondere tranquillamente (adesso che l’ho finito – la scrittura di questo post è stata un po’ tormentata) che sì, magari non è il romanzo più bello di JC, magari l’urgenza “politica” a volte si vede, ma i personaggi e la storia sono come sempre ben disegnati, la lettura scorre bene (ci sono dei momenti da risate a scena aperta, e infatti leggendolo ho riso da solo con molto gusto) e in più è anche un’occasione per pensare un po’, all’oggi e al domani. Io sono di parte – JC è uno degli scrittori di cui ho tutti i romanzi vicino al letto – ma il libro mi è piaciuto e mi è dispiaciuto finirlo.

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