Maturo? Fracico

Il 29 luglio di 48 anni fa, penultimo tra tutti i maturandi dell’Istituto Massimiliano Massimo (per iniziare gli orali erano state sorteggiate la sezione B e la lettera L; io stavo nella A e il mio cognome inizia per G), affrontai la commissione. Ero il quarto, quella mattina, e l’esame iniziò intorno a mezzogiorno. Dopo di me l’amico Giulio Graziosi e poi tutto l’ambaradam della maturità per quell’anno, almeno tra le mura del nostro istituto, fu dichiarato chiuso. Game over e tutti al mare.

Quei giorni mi sono tornati in mente l’altra sera da mia sorella, alla cena in giardino per raccogliere fondi per i cani. In quello stesso giardino, nel luglio del 1971, cenavo ogni sera con zio Adriano sul tavolone di legno e marmo sotto la grande palma nell’angolo. La palma non c’è più, uccisa dal punteruolo rosso molti anni fa. Il tavolone nemmeno, chissà che fine ha fatto. Ma la mia memoria di quei giorni è abbastanza buona. Proprio approfittando del fatto che a luglio la casa di via Dandolo era ancora presidiata dalla Luisa (la fantesca di mia nonna) che accudiva zio Adriano (che ad agosto sarebbe andato alle Focette), quando avevo saputo del 29 luglio come data dell’orale avevo dato il via libera a mia madre per raggiungere papà e Anna Maria a Ziano. Lei aveva un po’ nicchiato (il senso del dovere – e l’amore – delle madri…) poi aveva accettato la mia proposta. Così mi ero trasferito, libri e bagagli, a via Dandolo. Dove dal 15 luglio in poi non avevo fatto altro che far passare il tempo: mi sentivo pronto (e il 15 probabilmente lo ero; il 29 un po’ meno…). La mattina scendevo da Pascucci all’Argentina a  farmi un mega frullato di frutta. Di giorno andavo spesso al pomorisoCimitero degli Inglesi, sulla panchina accanto alla tomba di John Keats, a leggere e a far finta di studiare. La sera cenavo con zio (che buoni i pomodori con il riso della Luisa – cioè, non buoni come quelli di mamma o adesso i miei; erano diversi, con la cipolla e non con l’aglio, e molto bagnati, ma nelle sere calde d’estate, freschi di frigorifero, erano proprio quello che ci voleva). Poi due chiacchiere prima di andare a letto, zio cenava già in pigiama e ascoltarlo era sempre un piacere.

Così arrivai all’esame un po’ spompato. Dove, anche per un’incomprensione con il professore (cieco) di filosofia, non ottenni l’agognato 60/60 ma uno stupidissimo 58/60. Più che maturo ero fracico (come viene definito a Roma un frutto ormai marcio). Dopo l’esame, con  Giulio ci premiammo con un viaggio in Cecoslovacchia (sulle colline intorno a Praga c’erano ancora i carri armati), poi ci fu la solita TorVajanica e la scelta di iscrivermi a lettere.

Ma nell’autunno mamma, che aveva da sempre problemi all’apparato digerente, andò a Bologna a curarsi, poi il 18 dicembre venne operata per un’occlusione intestinale e tre settimane dopo, a quarantott’anni, dopo aver celebrato le nozze d’argento con papà, se ne andò lasciandoci soli e nei guai (lei era il collante tra quattro persone che tra di loro non comunicavano un granché). Ma questa è un’altra storia…

P.S. Per i non romani, la pronuncia corretta della prima “c” di fracico è esattamente a metà strada tra il suono dolce, palatale, di “ciao” e quello corrispondente alla “sc” di scena. Non è facile, ma con un po’ d’esercizio ce la si può fare.

3 pensieri su “Maturo? Fracico

      • Avendo proseguito gli studi, ho dato molta meno importanza all’istituzione universitaria, di quella che avrei avuto se avessi preso 60/60. Quando presi quel voto, la prima settimana ci stetti male, dalla seconda in poi realizzai quanto la scuola pubblica che tanto avevo difeso e in cui avevo creduto, avesse finito per avvalorare quello che gia’ inconsciamente pensavo: un’istituzione quasi totalmente delegittimata data la sua totale mancanza nel giudicare merito e demerito (regalare diplomi, e umiliare chi studia). Alla fine ho preso la laurea in 5 anni, imparando cio’ che effettivamente era utile, sorvolando e non perderndo tempo con corsi inutili, al solo fine di inseguire voti alti. Ho avuto una vita sociale molto piu’ ampia rispetto ad una vita potenzialmente fatta solo di corsi e di soli libri scritti e validati da baroni universitari. Nonostante sia un ingegnere, e lavoro nel campo in cui ho studiato, posso vantare tante amicizie nate grazie al fatto di aver sottratto tempo allo studio da dedicare ad altro, e grazie al tempo inutile risparmiato allo studiare stupidaggini che venivano reputate utili in chissa quale stanza ministeriale o sede di facolta’. Quel tempo l’ho usato anche per leggere tantissime cose che mi hanno permesso di aprire la mente. Tutto grazie a quel 58/60.

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