Ricordi al quadrato

È bello, attraverso il blog, riproporre ogni tanto – da qualche tempo ogni spesso, segno che l’ispirazione vera, quella che si nutre di se stessa e non di riletture di momenti “ispirati”, va scemando, temo in maniera proporzionale al crescere dell’età – è bello riproporre, dicevo, il ricordo di ricordi, ricordi che diventano al quadrato e già aspirano a diventare ricordi alla terza e magari alla ennesima potenza (che però non è prerogativa del mondo di questo blog).

Avevo nove anni all’epoca di questa foto, scattata nello scantinato di quella che allora era la sede della nostra parrocchia, avevo lasciato la quarta elementare e mi stavo preparando privatamente all’esame di quinta, per saltare un anno visto che ero troppo intelligente, secondo la maestra, per sprecare un altro anno alle elementari. Le medie mi attendevano ma io, che sicuramente ero contento di non andare tutte le mattine a scuola e di studiare da solo – nella mia scatola dei ricordi c’è anche quello secondo cui quel trimestre è stato forse il periodo in cui ho studiato di meno nella mia vita, eppure agli esami sono stato il migliore di tutti; pensa cosa dovevano essere gli altri… –, io non sapevo allora che avrei recuperato con gli interessi quell’anno saltato, teoricamente guadagnato, nella realtà perso, accumulando vent’anni e più di fuoricorso all’università (peraltro senza laurearmi) e diventando uno dei più grossi contribuenti nelle casse de La Sapienza. Ma tant’è, allora non sapevo che cosa mi attendesse nel futuro, ma dentro di me sospettavo – lo si capisce dall’espressione –, che non sarebbe stato tutto questo divertimento.

P.S. Se cliccherete sul mio nome qui sotto per leggere il post nella sua interezza, e vi avanza un po’ di tempo, leggete anche il post successivo: s’intitola “Buffetto again: il gioco” ed è carino.

enricogalantini

Ho narrato, qualche giorno fa, sull’onda dei ricordi sollevati dal biglietto con cui il mio padrino mi regalava l’orologio per la prima comunione, di quei giorni, della cerimonia della cresima, delle mani nodose del vescovo, del catechismo e del mio impatto (doloroso) con il piede di S. Pietro. Non ho nascosto il mio essere allora, diciamo così, rotondeggiante (mia sorella per farmi arrabbiare mi chiamava  “papalla”, io non posso dire qui come la chiamassi…). Caso ha voluto che nella stessa scatola dove l’altro giorno ho trovato vecchie e meno vecchie foto, ci fosse anche questa.

Io sono ovviamente quello voluminoso a destra, con l’aria vagamente annoiata, come uno che sa già come andrà a finire. E del resto al catechismo ero il migliore della classe, tanto per cambiare.

Ancora non sapevo che di lì a poco si sarebbe abbattuta la furia delle dita nodose di sua eccellenza sulla…

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