Parole nel vento

Mentre cammino nel silenzio pieno di rumori della campagna, un rumore si fa più forte. Da una casa a lato della strada due voci s’alzano, quella di un uomo e di una donna. Piano piano quella della donna prende il sopravvento, contrappuntata ogni tanto da un “ma”, un “però”, un “io veramente” di lui. È un fiume in piena, la donna, e non posso fare a meno di sentire il suo “j’accuse” gridato al vento.

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«E tu che vieni da quel cazzo di paese (il nome in verità l’ha fatto, non lo riporto per motivi di privacy) e ti senti straniero e spaesato; e io qui che mi faccio il mazzo per mesi, per anni, per cercare di farti sentire a tuo agio, per introdurti a quelli del posto.

«E tu che non ti va di fare niente, solo qualcosa quando ti gira; e io che tiro avanti la baracca, che caccio fuori i soldi e cerco come una pazza di far quadrare i conti.

«E tu che nulla è mai abbastanza, che c’hai sempre da lamentarti di qualcosa, che al paese tuo sì che si viveva bene e che lì sanno come si fanno le cose, non come qui che sono tutti incapaci.

«E tu che non ti piace nemmeno più la mia cucina, che qui si mangia senza sapore, e allora comincia tu a cucinare che io mi sono rotta i coglioni di faticare per sentire solo i tuoi lamenti.

«E tu che per giunta, oltre a tutto questo, mi tratti pure male. A me, che mi faccio in quattro per te da anni.

«E allora vatteneaffanculo, va’…»

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