Quella poesia di Sereni su Saba

Amo i numeri. È un amore vecchio, che nasce dai tempi della scuola; la vecchia scuola, quella prima degli “insiemi”, quella fatta di operazioni semplici, che facevo a memoria con un discreto successo. Addizionare, sottrarre, dividere, moltiplicare: questo era il mio pane da bambino a scuola. E ancora adesso a volte mi esibisco in addizioni a mente che stupiscono i miei interlocutori (finché tengono quei due neuroni…).

Amo anche le statistiche (nonostante gli ammonimenti trilussiani). E leggo spesso quelle relative al mio blog. Dove, accanto ai post più recenti, che sono ovviamente i più visti nei giorni di pubblicazione e negli immediati dintorni, ci sono anche degli evergreen (dovuti soprattutto ai titoli o alle parole-chiave che incontrano sui motori di ricerca le richieste di chi si affida a google & co). Tra gli evergreen o, meglio, tra i “green again”, c’è il post che ribloggo oggi, scritto quasi nove anni fa, che ha attraversato la blogosfera con alterno (scarso) successo e quasi sempre sotto il radar, ma che dal marzo 2018, sembrerebbe di capire da dopo le elezioni, ha visto aumentare considerevolmente suoi lettori, esponenzialmente nel trimestre marzo-maggio, ma poi, certo in maniera minore, durante tutto l’anno. Schermata 2019-01-02 alle 08.31.13

Visto il tono della poesia di Sereni su Saba (bellissima peraltro poeticamente, oltre l’urgenza politica e morale) non credo sia un caso…

 

enricogalantini

“Berretto pipa bastone, gli spenti
oggetti di un ricordo.
Ma io li vidi animati indosso a uno
ramingo in un’Italia di macerie e polvere.
Sempre di sé parlava ma come lui nessuno
ho conosciuto che di sé parlando
e ad altri vita chiedendo nel parlare
altrettanta e tanta più ne desse
a chi stava ad ascoltarlo.
E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile
lo vidi errare da una piazza all’altra
dall’uno all’altro caffè di Milano
inseguito dalla radio.
“Porca – vociferando – porca”. Lo guardava
stupefatta la gente.
Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna
che ignara o no a morte ci ha ferito”.

Questa poesia si intitola “Saba” ed è tratta da Gli strumenti umani, probabilmente la raccolta più bella (anche se è difficile e fors’anche sbagliato fare graduatorie in questo campo) di un poeta che amo particolarmente, Vittorio Sereni.

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