Il vecchio comunista e i ragazzi del 68

Leggendo Patria 1967-1977, la seconda parte del bel racconto di Enrico Deaglio sui migliori e peggiori anni della nostra vita (praticamente tutti, insomma…) trovo il racconto di quando Luigi Longo incontrò alcuni giovani del movimento studentesco romano nel 1968 dopo Valle Giulia. Deaglio riporta le parole di Oreste Scalzone, uno dei sei-sette che andarono all’incontro nel mitico palazzone del Pci a Botteghe Oscure. E Scalzone nel suo racconto ricorda che nella delegazione, tra gli altri, c’era Renato D’Agostini. A quel punto sono sobbalzato, perché leggere quel nome, a me assai caro, mi ha fatto ricordare improvvisamente che quei fatti io li avevo già sentiti da una fonte primaria, come si dice in gergo giornalistico.

Longo e Togliatti

Luigi Longo e Palmiro Togliatti nel 1965

Renato è stato il mio direttore per molti  anni. E la storia di quel giorno a Botteghe Oscure l’ho ascoltata direttamente da lui tanti anni fa. È difficile ri-raccontare un racconto, specie a distanza di tanto tempo, ma ci proverò. Innanzitutto devo dire che Renato, da buon romano, non raccontava solo con le parole ma anche con i gesti, le pause, gli sguardi, gli ammiccamenti (e questi nel post non li posso fare).

Scalzone nell’articolo dell’Espresso ripreso da Deaglio ricorda tutto l’episodio in modo molto serio, molto politico, ma con un tono quasi affettuoso. Il racconto di Renato era diverso, ironico, ma anch’esso in fondo affettuoso. «Immagina questi quattro ragazzotti – diceva – davanti all’uomo che era seduto nell’ufficio che era stato di Togliatti, l’uomo che aveva contribuito a fondare il Pci a Livorno, che aveva conosciuto Gramsci e Stalin ed era stato commissario politico delle Brigate internazionali in Spagna. E immagina noi che, seri seri, gli parlavamo di ‘bisogni delle masse’, di ‘soggettività degli studenti’, del Vietnam e della  rivoluzione culturale cinese – e qui gli occhi di Renato sorridevano nel ricordare la scena –. Lui, Longo, ascoltava, sembrava attento, prendeva appunti, chiedeva chiarimenti. Poi, quando noi finimmo, cominciò a parlare lui, parlò a lungo ma il suo discorso – concludeva il mio direttore sempre con quel luccichio divertito negli occhi e il sorriso sotto i baffi – si sarebbe potuto sintetizzare in quattro parole: ragazzi, è tutto bello, è tutto giusto, ma la realtà è un’altra cosa. Lasciateci lavorare».

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