Macchine d’artista

Ho atteso un po’ prima di scrivere questo post. Ho lasciato che le emozioni suscitate dalla nostra visita a Magliano si sedimentassero, per cercare di essere più razionale e meno impressionista. Non so se è servito ma adesso sto qui alla tastiera e ci provo.

Dunque, avevo sentito parlare di Luciano Minestrella e delle sue macchine sceniche e il racconto che ne era stato fatto mi aveva molto incuriosito. Così ho chiesto all’amico Silvio, che di Luciano è a sua volta amico, di portarci a vederle, quando avesse potuto. L’altro giorno, una splendida mattinata di tramontana, è stato il giorno giusto e così con Daniela e Silvio siamo andati in quella che per qualche secolo è stata la sede della Diocesi sabina. Arrivati a Magliano siamo stati accolti da Minestrella che ci ha aperto le porte della chiesa di san Michele, dove è custodita ed esposta la sua collezione di modelli, e ci ha raccontato le sue opere e insieme, in fondo, la sua vita.

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Luciano Minestrella nel suo laboratorio

Non capita spesso di conoscere artisti veri. In quest’epoca in cui negli schermi televisivi e sui giornali la parola è inflazionata (e ridotta a una lettera dell’alfabeto che un tempo indicava le incognite) non è neanche facile definirla. Ma l’arte vera ha una sua grandezza che ti si impone e questa cosa la percepisci subito in Luciano, assieme a una modestia e una semplicità (stavo per scrivere “ingenuità”), che colpiscono davvero.

Come la visione dei modelli delle sue macchine sceniche. Luciano, che oggi dirige il teatro Manlio di Magliano e in passato è stato prima macchinista e poi direttore scenico al Teatro Argentina di Roma, nasce teatrante di strada, un teatro che ha non tanto e non solo nella parola la sua forza, ma trova nel movimento, nell’evento, nel coinvolgimento della gente la sua ragion d’essere più profonda. Così nascono le prime macchine mobili, l’Ippogrifo e la rappresentazione del Giorno e della Notte, che vengono ideate e costruite proprio per accompagnare la rappresentazione e dare corpo all’azione scenica nelle strade e tra la gente.

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L’ippogrifo

La ricerca di Luciano Minestrella l’ha poi portato a studiare il Quattrocento fiorentino e nella collezione ci sono i modelli di due macchine stupefacenti del Brunelleschi, ricreate sulla base dei racconti del Vasari e di un vescovo coevo di ser Filippo, quella dell’Annunciazione e quella dell’Ascensione.

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La macchina dell’Annunciazione, da Brunelleschi

E poi ci sono le altre, nate dalla fantasia e dall’urgenza teatrale, la Sfera per la natività,  la Nave per il racconto dell’immigrazione, il Pendolo per quello della guerra in Medioriente e altre ancora. Accanto a ogni modello c’è un elemento della scena a grandezza naturale per far capire meglio a chi guarda adesso cosa vedeva chi partecipava alla rappresentazione teatrale.

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Il pendolo

Ma il protagonista di questo post non è solo un creatore di macchine, un abile artigiano che sa come piegare il legno ai suoi bisogni e alle necessità sceniche. No. Luciano è un vero scultore. Lo dimostra, tra l’altro, una splendida Deposizione quasi nascosta dietro le macchine vicino all’altare della chiesa, una Deposizione ridotta ai minimi termini e insieme potentissima: la folla sotto la croce non c’è; c’è solo il Cristo, la cui figura allungata rende il peso insostenibile della morte e insieme la tensione verso l’alto della risurrezione.

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Di solito quando scrivo un post cerco di trattenermi nella lunghezza. Ma questa pagina non sarebbe completa senza un riferimento a un’altra opera di Luciano, questa ospitata in un antico lavatoio sotto un ex convento di suore. Nella lunga e stretta stanza con le volte a crociera, Minestrella ha ricreato molte delle Città invisibili di Italo Calvino, sfruttando i suggerimenti che gli venivano dalle forme dei legni assieme a quelli contenuti nelle pagine del grande scrittore. È un’opera di grande suggestione.

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Qui e sopra, alcune delle Città invisibili secondo Luciano Minestrella

Ineffabile Sabina, che possiede gioielli come questi e non li valorizza come potrebbe e dovrebbe, anche a proprio vantaggio. Conoscere Luciano e vedere le sue opere è stato per noi un privilegio. Ma il vero privilegio – anche se potrebbe sembrare una contraddizione semantica –  è quello di provare ad allargare il numero dei fruitori di queste bellezze. Io non ho mezzi se non questo blog. Ma da quando premerò il tasto “Pubblica”, oltre a me ci saranno (probabilmente) altri ventitré (io spero anche di più ma è buona regola non esagerare) privilegiati. Il passaparola ai tempi della rete.

 

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