Gli album della mia vita #3. Bob, che vinse il Nobel ma non divenne un mito

Sul Dylan dal 1970 in poi non parlo: non lo conosco e in fondo non m’interessa (io il Nobel l’avrei dato a Leonard Cohen, tutt’altro poeta). Ma Blonde on blonde e Highway 61 revisited sono capolavori assoluti. Ieri ho risentito Blonde on blonde e mi sono commosso tutte le volte che entrava l’Hammond di Al Kooper. E quando ho sentito Sad eyed lady of the lowlands ho dovuto prendere il fazzoletto. Perché senza singhiozzi e nel silenzio più totale le lacrime rigavano le mie guance tonde e rugose (è un ossimoro, lo so, ma è anche la verità).

enricogalantini

Il terzo capitolo di questa saga è fatto in realtà di due dischi. Anzi, visto che il secondo è doppio – uno dei primi della storia del rock, se non il primo, a essere doppio – di tre. Il primo dei tre è stato anche il primo album che io abbia avuto. Mi venne regalato per il Natale del 196 (o forse per il mio compleanno l’anno dopo) , non ricordo da chi, non so se su mia richiesta o meno. Ma tant’è.

Il disco che avrebbe poi segnato la mia storia di rockfan si chiamava Highway 61 revisited ed era ovviamente di Bob Dylan (allora 24enne). Si apriva con Like a rolling stone (ah, l’organo di Al Kooper, che non aveva praticamente mai suonato quello strumento prima di quella session; ah, la chitarra di Mike Bloomfield…) e conteneva altre gemme assolute come la spettrale e millenaristica Ballad of…

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