Quando il fiume rifiuta il ponte

Questa è la storia di un ponte e di un fiume. E di un non incontro. O almeno di un incontro problematico. Normalmente il ponte viene costruito sopra il fiume e la storia finisce lì (finché il ponte, eventualmente, crolla, ma questa è un’altra storia…). In questo caso invece, per fare le cose più semplici, il ponte venne costruito “a secco”, là dove non c’era nemmeno l’ombra del fiume, e poi si spostò l’alveo del suddetto fiume per farcelo passare sotto. Ma non sempre alle buone intenzioni corrispondono fatti altrettanto buoni. E questo dimostra come di buone intenzioni sia lastricata la strada che porta verso l’inferno…

Questa storia l’aveva già scritta qualcuno molto prima di me e con una prosa divertita e divertente. L’avevo letta sulla rete ma non riesco più a ritrovarla. Non riesco nemmeno a ricordare per certo su quale sito l’avevo letta. Ricercandola in questi giorni ho trovato però un altro scritto, uno studio storico/tecnico a più mani, che potrà aiutarmi a raccontare questa storia, al quale rimando chi voglia approfondire la materia.

Se uscite da Roma sulla Flaminia, dopo il tunnel di Prima Porta starete a lungo in alto sulla riva destra del Tevere. Dopo Civita Castellana scenderete verso la piana del fiume che attraverserete poco prima di Magliano Sabina. Il ponte quasi non lo si nota ma è un ponte storico: è il ponte Felice, voluto dal papa Sisto V (che di nome faceva Felice Peretti) e progettato dall’architetto Domenico Fontana alla fine del Cinquecento. Fu pensato qualche chilometro più a valle di dove per secoli c’era stato un altro ponte storico, quel Ponte Minucio costruito dai Romani e crollato molti secoli dopo la costruzione (non si sa esattamente quando, sicuramente dal Quattrocento chi percorreva la Flaminia attraversava il Tevere con un traghetto legato a un cavo che univa le due sponde). I vestigi del vecchio ponte, ancora nell’Ottocento, erano visibili nel fiume subito a valle di Otricoli e venivano chiamati “le pile di Augusto”. Come accennavo prima, l’architetto Fontana pensò bene, visto che i terreni della piana sotto Magliano erano “mobili e arenosi” e che il fiume non stava “sempre fermo in un luogo”, di costruire il ponte in una zona di “crete durissime” e con una discreta pendenza, raddrizzando l’alveo del fiume e facendovelo passare sotto.

Figura 1

Ma già pochi anni dopo la costruzione inizia l’odissea: il Tevere non ne vuole sapere di rinunciare al suo vecchio alveo, spesso esonda grazie anche all’impulso e alle piene dei suoi affluenti, e così tutta la zona sotto Magliano diventa paludosa provocando epidemie che decimano la popolazione. Grandi lavori vengono apprestati sotto Urbano VIII (accanto alla Flaminia, passato il ponte Felice, c’è una stele, detta la Memoria di Urbano VIII, oggi seminascosta dagli alberi che affiancano la strada, che ricorda l’impegno del papa Barberini) e proseguono anche sotto i suoi successori. Nel 1681, a giugno, circa novant’anni dopo la costruzione del ponte, il fiume prova ancora a riprendersi il suo vecchio letto. Vengono costruiti canali, rafforzate le palizzate (il termine tecnico è “passonate”) già esistenti e ne vengono  erette di nuove: tutto per diminuire la forza del Tevere e mantenerlo nel nuovo letto, ma l’acqua, si sa, è difficile da fermare.

Figura 3.jpgLo studio cui accennavo prima, costruito su faldoni e faldoni conservati presso l’Archivio di Stato, riporta di altre emergenze e di altre opere e altri tentativi alla fine del XVII secolo e poi più volte nel XVIII. Si narra di come i mercanti di legname del Porto di Ripetta lamentassero la difficoltà di navigare da quelle parti e dei tentativi degli ingegneri succedutisi nei decenni di porvi rimedio. Rimedi che per un po’ funzionavano ma poi i problemi si ripresentavano (o se ne presentavano di nuovi). Almeno per tutto il XVIII secolo.

Di quello che successe dopo, non so. A vedere le cose come stanno oggi,

tevere oggi bis

Il ponte Felice è quello in basso, sotto alla scritta SS3

il problema è stato superato: il corso del fiume è stato raddrizzato (è stata costruita anche una centrale elettrica sotto Gallese) e il meandro che passa sotto Otricoli è ormai un ramo assolutamente secondario (lo studio dice che nel 1845 quel pezzo di fiume era “completamente all’asciutto”).

Ma per secoli il biondo Tevere non ha rinunciato a dire la sua, che il papa (o chi per lui) volesse o meno.

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