Etimologie e serendipità

Cercavo sulla collezione della Strenna dei Romanisti l’articolo da cui avevo estratto una bella poesia di Augusto Marini su cui volevo scrivere un post quando sono incappato in un altro articolo che mi è piaciuto molto.

Premessa: la poesia che dentro di me pensavo fosse di G.G. Belli  (s’intitola La vita der priggioniero e parla di Pio IX chiuso come un leone in gabbia in Vaticano dopo il 1870) parla di un gioco del maroncino che mi incuriosiva e di cui volevo conoscere il significato prima di scriverne. Allora ho cercato su Google i termini “maroncino”, poi “marroncino”, poi ancora ho aggiunto la parola “gioco” ma il risultato è stato sempre lo stesso: niente, nada, rien. Avendo come ho già detto dato per scontato che la poesia fosse una del sommo poeta romanesco ( bella ignoranza la mia, Belli era morto nel 1863…) ho allargato le ricerche su Google mettendo le parole “Belli”, “vita”, “prigioniero” (anche nella variante romanesca con due “g”). Il risultato è stato sempre lo stesso, anche se sono comparse alcune belle poesie del B. con la parola “vita” nel titolo. Poi è arrivata l’illuminazione: ho messo sulla barra di ricerca il primo verso del sonetto (S’arza dal letto e se ne va in cappella) e bang, ecco l’indicazione, che potrei tradurre così: “Coglionaccio, la poesia non è di Belli e l’autore si chiama invece Augusto Marini, avvocato, patriota, soldato, garibaldino”. Nelle note di Wikipedia si specificava che era uscito nel 1968 un libro in cui si parlava anche di lui. Ed eccomi dunque a cercare nella Strenna dei Romanisti del 1968, come raccontavo all’inizio.

Se non vi siete già rotti di questo racconto confuso sulle mie ricerche in una mattina in cui evidentemente il vino bevuto ieri sera (peraltro un ottimo Gewürtztraminer alsaziano) ha incora influssi negativi sul mio cervello, vi racconto brevemente la scoperta casuale e l’etimologia di cui parla il titolo. L’articolo cui facevo riferimento all’inizio si intitola semplicemente “Verbi romaneschi” ed è di Mario Adriano Bernoni. Tra i verbi, che iniziano tutti per la lettera A (chissà, forse è il primo di una serie di articoli – controllerò) quello che mi ha intrigato per la  sua etimologia è il verbo Ariocà, assai noto ai romani e assai meno al resto del mondo.
Unknown oUn modo di dire tipico romano, infatti, quando qualcuno insiste a fare qualcosa, di solito qualcosa di non gradito, è: “c’arioca”, con la prima “c” che sta per “ci” e l’accento sulla “o”. Ed ecco come nasce il verbo (che senza la “a” iniziale si usa, pare, anche in Toscana) nelle parole del Bernoni: «Tanto curioso verbo ebbe a formarsi sulla regola fondamentale del “Giuoco dell’Oca”, cioè su quel diritto del giocatore a duplicare, triplicare ecc. il numero fornito dai due dadi gettati sopra il tavolo qualora la conta termini sulla casella in cui appare disegnata un’oca». È dunque la figura dell’oca a determinare l’“ariocà” romanesco. Semplice, no? Eppure non ci avevo mai pensato…

 

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