Gli occhi di un uomo che muore

Artemisia-gentileschiPoco prima che chiudesse, siamo andati a Palazzo Braschi a vedere la mostra su Artemisia Gentileschi. Gran bella mostra su un’artista davvero grande. In estrema sintesi: spettacolare l’esordio a soli 17 anni con Susanna e i vecchioni (che in mostra non c’era); una serie di grandissime tele fino ai 40 anni circa della pittrice (l’Autoritratto in veste di liutista, qui a fianco, il quadro che apre “in solitario” tutta la mostra,  e le due Giuditte sopra tutte); poi opere variamente ispirate, quale più quale meno, nell’ultima parte della carriera. A far da quinta alla storia di Artemisia, un gran numero di tele di pittori a lei contemporanei, e con i quali è stata variamente in contatto, opere che assai spesso – ma non sempre – fanno risaltare la superiorità della figlia di Orazio Gentileschi.

La cosa che più mi è rimasta impressa, comunque, sono gli occhi di Oloferne nelle due Giuditte (in quella degli Uffizi, sopra tutto). In quella di Capodimonte, infatti, che è precedente (risale al 1612-13, Artemisia è intorno ai 20 anni, già è avvenuto lo stupro da parte di Agostino Tassi, già c’è stato anche il processo), Oloferne è ormai morto: dalla ferita il sangue cola sul lenzuolo ma non zampilla più e gli occhi sono morti anch’essi. Spenti. Un particolare impressionante, davvero.

Giuditta-che-decapita-Oloferne-1612-1613

In quella degli Uffizi, di sette-otto anni successiva, la scena è raffigurata (stavo per scrivere: girata…) qualche secondo prima. Il sangue ancora zampilla a macchiare il vestito giallo di Giuditta, e gli occhi di Oloferne sono gli occhi di un uomo che sta morendo. Nelle riproduzioni che ho trovato sulla Rete ci si può rendere conto di questa differenza, ma dal vivo, davanti alle tele, l’effetto è davvero notevolissimo. Soprattutto, dal vivo, fa davvero impressione vedere la vita che se ne va dagli occhi dell’Oloferne degli Uffizi, la luce che si spegne. Sono stato lì un po’ a domandarmi: ma come si fa, con due tocchi di pennello, a fare questa differenza? Che pittrice, Artemisia…

Artemisia-gentileschi-4

P.S. Ho sempre avuto l’idea che sia Giuditta sia la sua ancella siano due autoritratti di Artemisia. Non so se Oloferne abbia la faccia di Tassi (non credo) ma lo sdoppiamento (o meglio il raddoppiamento) della persona che uccide è anch’esso geniale. E da questo punto la versione degli Uffizi è molto più forte: Giuditta è più coinvolta (anche se qualcuno ha notato che sembra preoccupata in primo luogo di non sporcarsi); ma soprattutto l’ancella ha un’ espressione, anche se presa così di sguincio, molto più determinata, più potente, forse proprio perché Oloferne ancora si dibatte negli ultimi spasimi dell’agonia.

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