Il momento di stringere i denti

Mi chiedo spesso quale sia la molla che in montagna mi (ci) spinge a passeggiate che a volte sono al, a volte sono oltre il, limite delle proprie forze. In fondo, a sessantatré anni, uno si potrebbe accontentare dei ricordi (sempre che herr A. ce l’abbia lasciati) delle “imprese di una volta” e dedicarsi a passeggiatine più rilassanti. Non da ospizio, no, non scherziamo: allora tanto varrebbe andare al mare; ma che non sollecitino il fisico oltremisura.

Per me da sempre però – cioè da quando ho l’età della decisione – la vacanza in montagna culmina con una o più (da giovane magari era “più”; adesso già “una” è grasso che cola…) camminate toste. Senza passaggi esposti, ché soffro di vertigini (il Sentiero degli alpini lo farò nella prossima vita – quella in cui sarò biondo, avrò i capelli lunghi e suonerò il piano in concerto…) ma comunque con un bel dislivello di metri da salire, magari mille, magari anche di più. Quest’anno di metri ne ho fatti circa 1.300 (scendendone solo 400, ché invece di fare il solito giro sono arrivato al rifugio Auronzo dove Daniela era venuta a prendermi in macchina). Dal parcheggio all’altezza dell’Hotel DolomitenHof, dove si lascia la macchina (quota un po’ sotto i 1.500 metri) fino al Rifugio Pian di Cengia (che sta a 2500 metri e rotti) sono quasi 1.100 metri. E poi la salita finale che da sotto il Monte Paterno porta al Rifugio Lavaredo (sotto la più piccola delle Tre Cime), sono altri 200 e passa metri di dislivello. Io lo sapevo di quest’ultima salita, l’avevo visto sulla carta (le isobare non mentono) ma non avevo capito che fosse così ripida e tosta.

IMG_1199 (1)

Immaginatevi la scena. Stavo scendendo da mezz’ora abbondante lungo il sentiero 104 nella Valle di Cengia, avevo superato da poco il laghetto quando mi si apre davanti questo panorama stupendo. In fondo, in lontananza, il Paterno vero e proprio (ma tutto l’arco di rocce alla mia destra faceva già parte del Massiccio che va sotto lo stesso nome), sotto il quale si intravvede sul ghiaione una salita ripida di cui non si vede la fine. Si può intuire, ma non è una bella intuizione…

Questo è il momento di stringere i denti, il momento topico, il momento in cui ti chiedi chi te l’ha fatto fare, il momento in cui la camminata smette di essere “una” camminata e diventa “la” camminata. Specie se sei solo, come era il mio caso, non resta che tirare un lungo respiro e andare avanti. Con metodo, passo dopo passo, senza guardare troppo avanti. Magari di lato sì, le montagne che a sinistra fanno corona a Cortina. Ma quel maledetto sentiero che sale, no, meglio non guardarlo. Meglio guardarlo dopo, quando sarà sotto le suole degli scarponi.

In realtà non era così tosto, solo pensando al Comici che avevo fatto qualche ora prima. Ma era proprio quello il problema: l’appettata finale dopo cinque ore già molto faticose; i miei 85 chili; i miei 63 anni. Un combinato disposto micidiale. Gli ingredienti della camminata tosta per eccellenza. Quella dove serve andare un po’ oltre. Sapendo che non è facile. Sapendo che però è possibile.

IMG_1194P.S. All’una circa, quando sono entrato nel Rifugio Pian di Cengia, ero così stanco che non gliel’ho fatta a mangiare che qualche forchettata della pasta al pomodoro e basilico (questa volta con l’aggiunta di un po’ di feta, che ci stava pure bene…) su cui avevo fantasticato per anni (e che era pure buona…). Avevo sentito dire che si può essere così stanchi da non avere più fame. Non mi era mai capitato. C’è sempre una prima volta…

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...