E che torta sia!

Non amo gli esclamativi (nel senso di punti). Come non amo tante cose che sarebbe troppo lungo ricordare una a una (e più divento vecchio, più questa lista s’allunga). Ma, come dicono a Roma, quanno ce vo’ ce vo’. E le torte della signora Kofler a Moso, il punto esclamativo lo esigono, lo pretendono, lo meritano.

Quest’anno abbiamo atteso l’ultimo giorno, il sabato prima della partenza domenicale, per consumare il rito. All’ora di pranzo, di ritorno da una gita in Austria a Lienz, animata dal mercatino settimanale (la cosa più bella erano certi venditori…), abbiamo varcato la fatidica porta della konditorei, ci siamo seduti davanti alla vetrina delle torte (che non ho fotografato per non suscitare shock glicemici nei miei venticinque lettori) e, da persone serie e avvedute quali siamo, abbiamo ordinato solo una fetta di torta a testa: una all’albicocca, l’altra alla pera. Anzi, abbiamo chiesto a chi ci ha servito di dividere lei ogni fetta in due, in modo da spartirci equamente il godimento. Gentilmente la signora ci ha offerto un assaggio di una terza torta, quella al rabarbaro (rivelatasi ovviamente la migliore).

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Poi è comparsa proprio la signora Kofler e abbiamo amabilmente conversato per un po’. Scoprendo che tutta la famiglia si diletta nell’arte pasticcera, che molte torte sono ricette di suo marito, che quella al rabarbaro è una realizzazione di suo figlio (arrivato a quella perfezione dopo aver provato e riprovato).

Il tutto mentre l’occhio fatalmente ogni tanto andava dalla Sacher alla Linzer, dalla torta alle prugne a quella ricotta e pere, e a tante altre di cui non sapevo né il nome né cosa contenessero ma che avevano un appeal favoloso. Eppure, alla fine mi sono accontentato (ci siamo accontentati) della parca scelta iniziale. Segno evidente che con gli anni siamo diventati saggi (e qui vi prego di apprezzare l’eufemismo e di non fare commenti: noialtri anziani non li gradiamo punto).

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