La vita dopo la morte

Ieri mattina, alle 12 e mezza passate da qualche minuto, quando sono uscito da Digicad, sulla via Flaminia (più o meno all’altezza di Vertecchi), dove avevo portato delle foto a sviluppare, mi sono reso conto che nemmeno un miracolo mi avrebbe permesso di essere alla Montagnola prima dell’una, quando avrebbe chiuso il servizio d’assistenza della Panasonic, dove dovevo portare il mio registratore di dvd, defunto da qualche tempo (ma spero si tratti di una morte apparente e che sia possibile – e non troppo costoso – resuscitarlo). Sia il navigatore della macchina che le Google maps mi dicevano infatti che sarei arrivato cinque-sei minuti dopo: quanto bastava per trovare chiuso.

E siccome il suddetto servizio d’assistenza riapriva alle 14 e 30, mi si poneva il problema di un’ora e mezza (imprevista) da spendere nella metropoli tentacolare che undici anni fa abbiamo (saggiamente) lasciato. Mentre in macchina mi dirigevo comunque verso la Cristoforo Colombo, s’è accesa la lampadina: era una giornata splendida, con una luce e un sole splendidi, il tempo ideale per una sosta al Cimitero degli Inglesi, uno dei luoghi che più amo a Roma, dove ho trascorso lunghe giornate mentre preparavo la licenza liceale nell’ormai lontano luglio del 1971. E dove da tempo non tornavo.

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IMG_8558Delle due parti del cimitero, quella che amo di più è quella che fronteggia la Piramide, con il prato, i pini, le panchine, le lapidi, dove all’estremità est c’è la tomba di John Keats, accanto a quella dell’amico Severn, con l’epigrafe di cui ho già scritto. Ieri la luce era perfetta, la Piramide ripulita tanto da sembrare, se non nuova, lavata con Perlana, i pochi turisti silenziosi come si conviene in un cimitero (e anche il rumore del traffico esterno era come attutito…).
Un’atmosfera di pace e di tranquillità come quella che ricordavo quaranta e passa anni fa (anche se il traffico di Porta S. Paolo allora si sentiva ancora di meno). Un posto pieno di vita nonostante (o forse proprio per) la presenza di tanta morte.

IMG_8582L’altra parte, quella che sale verso le mura (sotto le quali è sepolto Shelley) devo dire che la conoscevo meno. Ieri l’ho girata con calma, facendo attenzione alle radici e al pavimento un po’ sconnesso. E ne sono rimasto incantato. Per il suo cosmopolitismo: gente da tutto il mondo e di tutte le religioni (o di nessuna religione), con lapidi in tante lingue che raccontano di vite le più diverse. Per la cura con cui è tenuto. Per la vegetazione rigogliosa e ben seguita che fiancheggia e a volte sovrasta le sepolture.

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E girando girando ho visto finalmente la tomba di Antonio Gramsci (in tanti anni di frequentazioni l’avevo sempre ignorata) che sessant’anni fa ispirò Pierpaolo Pasolini e che si trova all’estremità opposta rispetto a quella di Keats.

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Ho visto anche la tomba di Antonio Labriola, quella di Bruno Pontecorvo, quella di Arnoldo Foa (non ho visto quella di Carlo Emilio Gadda, che per la verità non sapevo fosse sepolto qui: tornerò per portarvi un fiore…)

Per chiudere, una mia foto alla tomba forse più famosa del cimitero. Quella della signora Emelyn Story, sepolta accanto al marito William (che scolpì per la moglie l’Angelo del dolore) e alla figlia, sotto le mura, vicino alla lapide di Shelley.

L’avrete vista in tante foto. Una in più non guasta…

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