Il caso Mao

C’è sempre una perdita di significato / in ciò che diciamo o non diciamo / ma anche un significato / nella perdita di significato. Ho appena copiato nella pagina delle Frasi di questo blog questi quattro versi, contenuti nell’ultimo giallo dell’ispettore Chen Cao. È una di quelle affermazioni che a me sembrano “labirintiche”, nel senso che, se entri, non sai se uscirai, né dove uscirai. Di solito, davanti a queste sfide, io preferisco non addentrarmi troppo, torno subito al punto di partenza ed esco all’aperto, magari fantasticando su dove avrebbe potuto portarmi quel labirinto, ma con l’assoluta certezza che se vi fossi entrato veramente, non ne sarei più uscito. Vivo. O almeno come prima.

indexMa, al di là delle mie patologie, ho pensato a questo post per raccomandare ai miei cinque lettori l’ultimo libro di Qiu Xiaolong, edito da Marsilio, la sesta indagine dell’ispettore capo della polizia di Shangai, il caso de “La ragazza che danzava per Mao”. Una investigazione particolarmente scottante. In una Cina sempre più schizofrenicamente divisa tra i Ricconi e quelli che non gliela fanno a sbarcare il lunario, dai vertici del governo di Pechino Chen Cao viene incaricato di indagare su una ragazza, figlia e nipote di due donne vittime della Rivoluzione Culturale, che potrebbe avere qualche cosa di (o su) Mao, in grado di creare scompiglio se resa nota a tutti, magari in Occidente.

qiu2QiuNon so se davvero “i polizieschi di Qiu siano il modo migliore per capire la Cina d’oggi” come scrive Paris Match in uno strillo in copertina, ma certo i romanzi dello scrittore, che da più di venti anni vive negli Usa, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Sant Louis, sono molto belli e hanno un ritmo inconfondibile. Con personaggi assai ben caratterizzati. Con una lingua precisa e insieme allusiva, perfetta per descrivere una società in cui spesso conta assai il “non detto”. Con un frequente ricorso alla letteratura cinese (il nostro eroe, oltre che investigatore, è anche poeta e traduttore e conosce assai bene scritti e scrittori della tradizione classica e moderna).

Cito, per chiudere, il parere del recensore dell’Independent (lo condivido appieno – tranne un aggettivo, come spiegherò subito dopo  – e non avrebbe avuto senso tentarne una parafrasi). “Un racconto coraggioso, che combina perfettamente un’indagine intellettuale al thriller adrenalinico. Questo romanzo è molto più di un poliziesco: offre uno spunto di riflessione sul potere, il mito e la forza di rimozione della storia”. Ecco, l’aggettivo che non condivido è “adrenalinico”, che può forse essere giustificato nel finale del romanzo, quando la storia precipita verso la conclusione, ma che non ha senso per le prime duecento pagine, quando il protagonista si dibatte in una matassa assai difficile da dipanare e cerca di aprire spiragli in un muro denso e apparentemente impenetrabile.

2 pensieri su “Il caso Mao

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