Il presente e il passato

Non è un fatto raro (tutt’altro) che io legga assieme due (o più) libri. Di solito ce n’è uno che fa da solista e un altro (o più d’uno) che fanno d’accompagnamento: un romanzo, dei racconti, un saggio. Così è abbastanza normale aver letto in contemporanea Città distrutte, i racconti del mio amico e collega Davide Orecchio, e Un uomo alto vestito di bianco, l’ultimo romanzo di Alberto Ongaro. Due scrittori che più diversi non si può: per età (quando Orecchio è nato, Ongaro aveva più di quarant’anni), quindi logicamente per esperienza (Orecchio è al suo primo libro di narrativa, mentre il primo romanzo di Ongaro è della fine degli anni sessanta), per formazione (Orecchio è giornalista, ma prima ha fatto lunghi studi di storia, Ongaro pure lui è/è stato giornalista ma più che la storia ha praticato la geografia, ed è stato anche sceneggiatore di fumetti con un certo Hugo Pratt…).

Ma i due libri, pur diversissimi, hanno qualcosa in comune. Entrambi narrano di storie che non sono semplici meccanismi narrativi inventati dall’immaginazione più o meno fervida di uno scrittore e che si svolgono, con personaggi più o meno verosimili in un mondo che si pretende reale. No, quelle di questi due libri sono narrazioni un po’ più complesse.

Città distrutte ha come sottotitolo “Sei biografie infedeli” e racconta di sei vite inventate a partire da vite vere (o comunque sulle quali si inseriscono lacerti di vite vere) o forse di sei vite vere arricchite dalla fantasia e dalle conoscenze dello scrittore (che, non dimentichiamo, di formazione è storico). Vita e letteratura (e storia)  s’intrecciano nelle pagine di Orecchio per dar vita a un impasto assai originale e coinvolgente.

L’ultimo romanzo di Ongaro è invece l’omaggio dello scrittore ottantaseienne all’Oriente, a una letteratura che evidentemente ha molto amato e ai luoghi (della mente, prima che reali) che hanno ispirato le storie di Kipling, Conrad, Maugham, tanto che uno dei protagonisti della storia risulterà a un certo punto essere proprio un personaggio di uno dei racconti più famosi di quest’ultimo. E le storie degli autori che ho appena citato sono spesso in vari modi i motori dell’azione del romanzo. Dunque letteratura che nasce dalla letteratura ma con l’ambizione di essere vita, in un gioco di specchi (in cui Ongaro è da sempre maestro) che va veloce verso un finale che non delude.

Una breve chiosa sulla lingua dei due.

Orecchio usa quasi sempre il presente. L’autore onnisciente ha masticato a lungo le vite che racconta e quando le racconta è come se queste si svolgessero davanti a lui (e davanti a noi) in quel lungo momento che è il tempo narrativo che ha scelto. L’autore sa dunque tutto (e di più) dei suoi personaggi, sceglie cosa dirci e cosa no e non ci tiene nascosta questa sua prerogativa: in questo è anche lui dentro ogni storia, coinvolto fin nel profondo. La sua lingua non è facile, per scelta non è mai banalmente scorrevole, e ci offre però momenti vertiginosi di una bellezza a volte quasi dolorosa. Anche se un po’ le nuoce qui e là l’acribia dello storico, non tanto nelle citazioni (spesso più vere del vero, e perciò evidentemente false) quanto in qualche caso nell’abbondare di virgolette di tutti i tipi nel corpo del testo, per segnalare il riferimento a fonti diverse che vengono spiegate alla fine di ogni biografia.

Ongaro usa invece il passato remoto. La storia, che avviene appunto nel passato – tutto ha inizio nel 1977 in un club londinese –, viene ricordata oggi. Ma va avanti tradizionalmente, con un colpo di scena via l’altro. La prima persona dell’io narrante viene abbandonata all’improvviso, con un effetto di spiazzamento notevole, in un prefinale in cui le paure del protagonista – giornalista, viaggiatore, scrittore, un perfetto alter ego di Ongaro – sembrano divenire realtà, ma in cui lui capisce anche, fino ad ammetterlo, di essere della stessa materia dei protagonisti dei romanzi che ha tanto amato. Il capitolo finale ci riporta alla normalità e raccontandoci, come in certi finali di film prima dei titoli di coda, che fine hanno fatto anni dopo i vari personaggi, lo scrittore riprende la sua lingua ricca e piana (meno parca di virgole del solito) quella lingua che, sperimentata in tante prove, ti prende per mano e non ti lascia più fino all’ultima parola prima del punto finale.

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