S’impenna sfavilla si sfa

Vittorio Sereni

Nonostante i venti esami tutti fatti, la laurea non l’ho presa mai. Non ho fatto la tesi, insomma. Ci ho provato due volte. La prima mi venne dato un autore che non m’ispirava, Enrico Thovez. La seconda invece l’ho chiesta io, una tesi sul mio poeta preferito, Vittorio Sereni. Ma neanche questa è andata in porto. Non volevo fare una tesi purchessia, mi dicevo. Non avevo, evidentemente, né il tempo né l’interesse a fare una tesi, devo concludere oggi. Ho pagato più di vent’anni di iscrizioni, procrastinando sempre il momento di dire basta.  Alla fine, tutto sommato, avrebbero potuto anche darmela, la laurea, magari solo per il mio contributo monetario alla causa della Sapienza (intesa come università…). Denaris causa, se mi passate il latinorum.

Ma Sereni lo ho amato davvero. Per quello che ha detto. Per come lo ha detto. Ché la poesia è sì l’intuizione, l’immagine che illumina, la parola che disvela l’arcano. Ma è anche il ritmo, la musica, il suono. (Motivo per cui, credo, è impossibile apprezzare davvero poeti la cui lingua non si conosce almeno discretamente). Prendete la fine del terzo movimento di Un posto di vacanza, poesia in sette parti apparsa per la prima volta su L’Almanacco dello Specchio del 1971, poi ripubblicata da Scheiwiller nel 1973, prima di finire in Stella variabile, l’ultima raccolta di poesie di Sereni.

“Amalo dunque – da cosa a cosa
è la risposta, da specchiato a specchiante –
amalo dunque il mio rammemorare
per quanto qui attorno s’impenna sfavilla si sfa
è tutto il possibile, è il mare”.

Qui, se posso dire, al di là dei concetti: il rapporto tra il poeta e il posto di vacanza (Bocca di Magra), il mare, la memoria; qui quello che mi ha sempre incantato è il ritmo, la musica di questi cinque versi, le allitterazioni, la magia dell’onda in quel “s’impenna, sfavilla, si sfa”. Qualcosa che nessuno, neanche Sereni credo, avrebbe potuto tradurre in un’altra  lingua.

Bocca di Magra vista dall’alto

3 pensieri su “S’impenna sfavilla si sfa

  1. L’ha ripubblicato su enricogalantinie ha commentato:

    La poesia è una cosa seria, un soggetto difficile da inquadrare e fotografare. Quando pensi di averlo messo all’angolo, di avere definizione e luce sufficienti, subito è da un’altra parte e nel tuo scatto c’è il nulla. Non basta utilizzare parole poetiche – diffidate dalle parole poetiche – o spezzare la riga per simulare un verso perché quello che scrivi sia poesia. Al di là della metrica tradizionale ci deve essere un ritmo interno alle parole che le unisca o le separi, aggiunga o tolga significati, inviti alla danza o appesantisca il corpo oltremisura. Io non sono un poeta e spesso non capisco la poesia – o quella che viene detta tale. Ma Sereni l’ho amato sempre e molto. E lo amo ancora. E quei cinque versi che cito nel post qui sotto – apritelo, leggetelo, leggeteli ad alta voce quei versi, danzate con essi – ogni volta mi danno un’emozione che le parole – le mie – non riescono a rappresentare. Non a caso io non sono un poeta.

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