





Se per caso vedete delle belle foto dal drone scattate le sere delle Città Invisibili, quella che vedete è una Fara dai mille colori, colori che cambiano a ogni scatto, mutando l’aspetto di questo borgo isolato sopra un colle dal quale la vista si spande a perdita d’occhio per ogni dove, fino a Roma e oltre.
Ma come spesso accade le fotografie raccontano una storia, anzi, creano una storia che il più delle volte non è la storia vera – posto che esista una storia vera – semmai una delle tante possibili storie. Solo che in questo caso quelle foto dall’alto di Fara non sono immagini delle Città Invisibili che Pino Di Buduo anno dopo anno reinventa trasformando e reinventando il borgo, seguendo l’estro e il caso. No. Sono belle, bellissime foto di Fara in Sabina, trasfigurata dalla fantasia dell’artista, illuminata d’immenso e offerta impudicamente ai nostri sguardi.
Perché le Città Invisibili del Teatro Potlach – ci perdoni Italo Calvino, ma di questo si tratta – non sono un tutt’uno visibile e godibile dall’alto nella contemporaneità dello sguardo pietrificato di un drone. Le Città invisibili che anno dopo anno si succedono per le strade e i vicoli di Fara, tra mille luci che cambiano e decine di palcoscenici sempre diversi, sono tante quanti sono gli spettatori, anzi, i viaggiatori che in una notte d’estate vi si avventurano e privilegiano questa o quella scena, questo e quel dialogo, questo o quel monologo, questo o quel ballo.
Qui però ci aiuta proprio Calvino.
Marco Polo descrive un ponte pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra – risponde Marco – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.
Per questioni di età, nonostante un’età non proprio disprezzabile, chi scrive non ha visto a teatro l’Orlando Furioso di Luca Ronconi. Ne ha sentito parlare da chi c’era, ne ha letto, se ne è fatta un’idea.
E ci siamo fatti anche l’idea che, nel privilegiare le PIETRE, nell’offrire tante pietre agli spettatori, che possono scegliere quali prendere e quali no, costruendo così il proprio personale ARCO, la lettura di Pino Di Buduo dell’opera di Calvino si intreccia con la lucida follia con la quale Luca Ronconi scompose e ricompose, affidandosi agli spettatori, il poema rinascimentale dell’Ariosto.
Paradossalmente la scelta del Potlach attinge, del testo di Italo Calvino, solo all’arco, all’idea dell’arco che si regge su pietre/storie sempre diverse, più o meno coinvolgenti a seconda dello spettatore, che comunque se non è attratto da quella determinata storia passa oltre e sceglie un’altra storia, un’altra pietra per il proprio arco. E la magia del grande teatro è che alla fine, quell’arco, insieme a tutti gli altri archi che ogni spettatore costruisce quella sera, regge il ponte delle Città Invisibili del Teatro Potlach da oltre trent’anni.