

Al ritorno dalla Francia ci siamo fermati a Bologna e, la mattina del ritorno, siamo passati a Via Masi. Dove i miei cugini hanno fatto un lavoro enorme mettendo ordine e cominciando a svuotare la casa dopo la morte della zia Roberta. Che impressione girare per quelle stanze ormai vuote dove i ricordi sono lì che ti aspettano e ti saltano addosso a ogni momento. Qui sedeva la nonna, qui ti stringeva con forza inaspettata la mano quando la accarezzavi, ormai quasi centenaria, e ti sussurrava “il mio Righello” (che poi sarei io nel diminutivo che soltanto lei ha mai usato). La casa venne un po’ rivoluzionata dopo il matrimonio della zia ma gli occhi della memoria vedono benissimo la vecchia disposizione, con l’office che portava alla sala da pranzo e, di fronte al tavolo, il grande ritratto del nonno che giustamente ora sta a casa del nipote che ne perpetua il nome e il cognome. E quella magica terrazza tutto attorno alla casa dove noi nipoti correvamo (e alcuni hanno anche imparato ad andare in bicicletta…).
E poi i ritratti dei bisnonni, i primi della lunga serie che Luigi Varoli, grande pittore ravennate fece a tutta la famiglia (eccetto la zia Paola, non si sa perché ma lei un po’ ci sformava…). Il bisnonno Roberto e la bisnonna Elisa (nome di famiglia che per li rami è arrivato a mia nipote). Sono belli, questi ritratti, molto belli. Il bisnonno che guarda in camera con occhi vivi e penetranti, la bisnonna che guarda lontano e che mi ricorda tanto sua figlia, mia nonna Angela, dolce e decisa, una donna forte.
Com’e diverso il bisnonno in questo ritratto datato 21 aprile 1938 da quello immortalato dalla foto con nonna Angela giovinetta quattordicenne a Venezia su cui ho costruito questo post.
E dal ritratto che ne fece Vittorio Guaccimanni, il maestro di Varoli, un ritratto

a puntasecca su carta conservato al Museo di Ravenna. Ma era passato un quarto di secolo e all’epoca s’invecchiava più velocemente, chi aveva la fortuna (?) d’invecchiare…