Manco fossi Zaniolo

Oggi.
Piove e io scendo le scale esterne che portano al mio studio. Lo stesso motivo che mi impedisce di prendere l’ombrello fa sì che la mia discesa non sia rapidissima. E il motivo sono le due canadesi che da venerdì mi fanno compagnia. (Tranquilli, niente di compromettente; e poi Daniela mi legge sempre, o quasi…). Senza ombrello mi bagno la giacca rossa di pile. Il cappellaccio australiano protegge la mia folta chioma.

L’antefatto.
Giovedì, sono più o meno le due del pomeriggio. Mancano cinquanta metri alla macchina. Stiamo scendendo dal Monte Calvo sopra Osteria Nuova di Scandriglia, dove siamo andati, con Natale e Omar, un ragazzo che vive lì e che ama sinceramente la sua terra, a vedere i ruderi del castello medievale che si trova in cima all’altura. In mezzo al “sentiero” un grosso sasso. Omar mi fa: «meglio passare di lato». Io penso che se loro sono scesi sul sasso posso farlo anch’io. Avanzo piano, un piede dopo l’altro, puntellandomi con i bastoncini. Poi succede qualcosa. Perdo l’equilibrio, faccio un movimento per restare in piedi ma il ginocchio sinistro si storce innaturalmente. Casco imprecando e ho subito la certezza che la cosa sia brutta. Arrivo in qualche modo (praticamente portato a braccia) al “trattorino” di Omar con cui siamo arrivati fin lì. Poi vado a casa. Il ginocchio non si stende più e fa un male cane. Chiamo l’ortopedico. Mi dice che se arrivo entro le sette mi visita. Intanto mi fissa la lastra. Quando mi vede, dice che la lastra esclude fratture ma per sapere quello che è successo a livello legamenti/menisco – e qualcosa deve essere successo – occorre una risonanza magnetica. Fortunatamente c’è un buco giù in radiologia e me la fanno subito. La diagnosi è impietosa: lesione a manico di secchio per il menisco. Occorre operare.

Per fortuna l’indomani c’è un buco anche in sala operatoria, così alle 9 di venerdì mattina entro in clinica, alle 12 scendo al piano -1 e alle 14 e qualcosa risalgo in camera. Mentre mi inietta il sedativo, l’anestesista mi dice: “Bei respiri e bei pensieri”. Poi non ricordo più niente. Sono passate ventiquattro ore (forse anche meno) dal momento dell’incidente a quello dell’operazione. Giusto il Capitano ha fatto più velocemente (ma lui doveva andare ai mondiali). Forse ho fatto prima di Zaniolo…
La sera alle 20 e 30 mi dimettono, alle 22 meno qualcosa siamo a casa. Ho il gambone fasciato ma mi dicono che la ripresa sarà rapida. Dal giorno dopo posso cominciare a poggiare un po’ il piede. Il terzo giorno toglierò il bendaggio. Al quarto giorno mollerò le canadesi. Fisioterapia ed esercizio, dovrei tornare presto in forma. La notte dormo, non ho grandi dolori. Evito di prendere il Toradol che mi hanno dato, mi accontento di un Oki per scaramanzia.

Il giorno dopo, cioè ieri, mi sveglio bene. La gamba si flette già a 90 gradi, mi sento gasato. Devo ripetermi più volte “Basta stronzate” e “Niente euforia” e “Passetto dopo passetto”. Ma sto bene. Giusto un piccolo fastidio sul punto del ginocchio dove c’era il pezzo di menisco che mi hanno asportato, o almeno credo sia quello lì, il punto sensibile.

Ancora oggi.
Sono qui nel mio studio, la giacca rossa s’è asciugata sul termosifone. Ascolto il sonoro delle partite come sfondo mentre scrivo queste righe (tanto la Roma ha già perso ieri sera…). Stasera verranno a cena Rocco e Marianne portando le pizze della Badiola. Si torna alla normalità. Adesso faccio un po’ di ginnastica.

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