Il bosco che c’è e quello che non c’è più

Sono tornato dalla settimana in Val di Fiemme, a Predazzo per la precisione, con il cuore pieno di ricordi, di ricordi di ricordi, di serenità se non addirittura di felicità. Ma con un sottofondo di magone. Abbiamo avuto un tempo assai clemente. Abbiamo mangiato e bevuto assai bene. Ho rivisto luoghi che amo e che conosco si può dire da sempre. Abbiamo fatto delle belle passeggiate e con mio cognato ho rifatto la classica scarpinata dei Galantini da Ziano su fino alla Malga Aie – più di mille metri di dislivello e 18 chilometri in tre ore a salire e più o meno altrettante a scendere – sulle orme di papà che ogni anno a fine stagione si cimentava in questa camminata quasi a esorcizzare l’età che avanzava. (Ma alla Malga non ho trovato l’architrave su cui mio padre aveva inciso il nostro nome e, anno dopo anno, la data. Evidentemente l’hanno sostituito…)

L’inizio della passeggiata verso le Aie. La carrareccia che sale verso il Cavelonte e i magnifici boschi appena sopra Ziano di Fiemme

Dicevo del magone. Come a tutti anche a me si era stretto il cuore due anni fa alla notizia della tempesta (Vaia era stata chiamata) che aveva distrutto la foresta di Paneveggio, quella degli abeti da cui nascevano gli Stradivari e tuttora si fanno i migliori violini del mondo. Ma non avevo capito (o forse l’avevo rimosso) che quella tempesta aveva abbattuto decine e decine di ettari di boschi in tutta la Val di Fiemme e in quella di Fassa (solo per dire le valli che ho frequentato in questa settimana). Non sono stato a Paneveggio ma camminando o girando in macchina in più località ho visto un panorama devastato a macchia di leopardo: qui e là zone deforestate, con centinaia, migliaia di alberi ancora a terra su declivi impervi che rendono ancora più improba la fatica di recuperare i tronchi abbattuti. E lavorano – ne ho incontrati tanti che lavorano – per rimettere le cose a posto ma ci vorranno anni, decenni, perché le cose tornino, se torneranno, come una volta.

Il pendio completamente “pelato” sopra la Malga Toazzo
Al lavoro sulla strada verso il Cavelonte. L’operatore della macchina con il braccio giallo solleva i tronchi e, spostandoli, li pela dai rami per poi appoggiarli sul bordo della strada. Ma ogni tronco è una goccia nel mare…

Di boschi ce ne sono ancora tanti, ovviamente. E sono bellissimi. Ma la ferita è ancora aperta.

Il lago di Carezza: dietro le prime file di abeti, un pendio spelato…

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