Periti settori e brioches con la marmellata

In questi tempi di anatomopatologhi (più spesso anatomopatologhe, nei libri d’oltreoceano ma anche qui, in quelli italiani ed europei, e chissà se è solo una moda…) leggere di un commissario che cerca un perito settore, per sapere da lui che cosa sia emerso di interessante  da un’autopsia per un’indagine in corso, fa tanto pensare a un’Italia di tanti anni fa, dell’altro secolo, anzi, dell’altro millennio.

Nella libreria di fronte alla mia scrivania, dove conservo, oltre a libri a fumetti nei ripiano più alti, molti scrittori di gialli (ma sì, usiamo un’espressione anch’essa dell’altro secolo) che ho amato, c’è una pila, messa all’incontrario non mi ricordo più per quale ragione, di uno scrittore ormai dimenticato (anche da me) che da tempo mi riproponevo di riprendere in mano.

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Si  tratta di Renato Olivieri e del suo commissario Giulio Ambrosio, milanese più che mai, di cui non ricordavo pressoché nulla se non che mi era piaciuto molto leggere le sue storie e la sua scrittura. Ieri ho preso in mano dopo tanto tempo Il caso Kodra (il primo romanzo della serie, del 1978; l’ultimo, Albergo a due stelle, è di vent’anni esatti dopo). Lo sto leggendo con gusto, come se fosse la prima volta, e nella lettura mi sono capitate già due “madeleines”.

La prima quando al commissario, svegliandosi, “gli venne voglia di mangiare una brioche alla marmellata come quelle del Caffè Doney di Via Veneto”. E qui, tac, sono volato indietro di 35 anni in un istante solo. Non ero sicuro dell’anno ma una rapida triangolazione tra la data in cui andai a vivere alla Trinità dei Pellegrini, in centro a Roma, e il periodo in cui fu presidente di Confindustria Vittorio Merloni (che vedevo quasi tutte le mattine proprio da Doney a fare colazione con la sua scorta), mi ha portato senza possibilità di errore al 1984. All’epoca lavoravo a Corso d’Italia, nella sede nazionale della Cgil, dove si trovava la redazione di Rassegna Sindacale. Dopo qualche anno ormai che andavo  lavorare in automobile da casa di papà, a più di un’ora di distanza, il trasferimento in centro mi permetteva di andare a lavorare a piedi in quaranta minuti, compresa appunto la sosta da Doney per quelle incredibili brioches alla marmellata che davano luce e colore anche ai mattini di pioggia (e che anche l’allora presidente degli industriali italiani sembrava amare). Ci sono tornato, in seguito, da Doney, proprio per ritrovare quel sapore, ma, non so se ero io che ero cambiato o (più probabile) era cambiato il pasticcere, le brioches non erano più quelle di una volta (nemmeno loro) …

Il secondo “volo” nel passato, ancora più passato, me l’ha provocato un personaggio (minorissimo) interrogato dal commissario, che aveva l’abitudine, quasi il tic, di usare l’interiezione “nevvero”. Anzi, data la sua piemontesità, “nevvèro”, con una bella seconda “e” aperta. Più passato, dicevo: qui il volo è stato di almeno 45 anni, se non qualcosa di più, alle lezioni bellissime di Storia dell’arte alla Sapienza di Giulio Carlo Argan, che seguii con passione negli anni dell’Università. Il suo “nevvèro”, con tutta la sua carica di “torinesità” era quasi l’unico elemento che riportasse sulla terra un modo di parlare, il suo, di un’eleganza e di una precisione terminologica che faceva quasi paura. Avevo vent’anni, non sapevo bene che cosa avrei fatto della mia vita, né tantomeno che cosa avrei voluto fare – la scelta del corso di laurea in lettere aveva significato per me prendere tempo in attesa di capirne di più –; quelle lezioni, come quelle di altri giganti che ho avuto modo di seguire, uno tra tutti Santo Mazzarino, mi affascinavano e mi spaventavano.

La vita poi mi avrebbe portato su altre strade, ma certe cose non si dimenticano mai del tutto…

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