Le pennellate di Vilas

Ordesa«Un libro potente, sincero, a tratti crudo sulla perdita dei genitori, sul dolore delle parole non dette e sulla necessità di amare ed essere amati». Questo era lo “strillo” attribuito a Fernando Aramburu sulla quarta di copertina. E in prima, quasi un esergo, un altro strillo a firma Javier Cercas: «Un libro magnifico, coraggioso e struggente». La strategia comunicativa dell’editore (in questo caso Guanda) ha funzionato e io il libro l’ho comprato. Lo sto leggendo e ne scrivo per dire che quello che dicevano due tra i miei scrittori spagnoli preferiti è vero. Che questo In tutto c’è stata bellezza, di Manuel Vilas, (in originale il titolo è Ordesa) è un libro bello e intrigante. All’inizio un po’ sconcerta, devo dire, ma poi ti conquista e ti coinvolge. Sconcerta perché è autobiografico, sì, ma non racconta una storia, non direttamente, almeno. Vilas parla dei genitori, della loro morte e della loro vita, intrecciando i due momenti; parla di sé, del suo rapporto con loro, di quello coni suoi figli; parla della Spagna, del suo paese, dei suoi cambiamenti.

Vilas

Manuel Vilas

Ma non racconta in modo lineare. Salta avanti e indietro nella vita e nelle vite. Sovrapponendo momenti, svelandoli gli uni attraverso gli altri. Come uno che dipinga a olio e dia pennellate su pennellate e la materia, coagulandosi, a poco a poco prende forma, svela il disegno, attira lo sguardo, prende al cuore. Volevo riportare un brano, un piccolo brano per dare un esempio della qualità di una scrittura che, a mio modesto avviso, è notevole. Sono stato a lungo incerto tra l’attacco, proprio la frase iniziale del libro, e un brevissimo capitolo, il numero 69, in cui parla del padre che sta morendo. Alla fine ho deciso di riportarli tutti e due.

Ecco l’attacco del romanzo. «Magari si potesse misurare il dolore umano con numeri chiari e non con parole incerte. Magari ci fosse un modo di sapere quanto abbiamo sofferto e il dolore fosse materiale e misurabile. Un giorno o l’altro ogni uomo finisce per affrontare l’inconsistenza del suo passaggio nel mondo. Ci sono essere umani che riescono a sopportarlo, io non lo sopporterò mai. Non l’ho mai sopportato.»

Ed ecco il capitolo 69. «Andò svanendo, la sua vita svaniva e la sua conversazione svaniva, era ormai silenzio. Un uomo può trasformarsi in silenzio. Mio padre, che è silenzio adesso, era già stato silenzio prima: come se sapesse che sarebbe stato silenzio, decise di essere silenzio prima dell’arrivo del silenzio, dando così una lezione al silenzio, da cui il silenzio uscì venato di musica.
«Aveva stretto un patto segreto e languido con il proprio corpo, dal quale nasceva musica.
«La musica di Johann Sebastian Bach, questo fu mio padre.»

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