Io, caravaggesco, e i miei “buchetti neri”

Volevo scrivere un post sui miei “buchetti neri” (così mi è venuto di chiamarli ieri sera dopo l’ennesimo episodio; l’amico Antonio, che è del mestiere, li chiama “crasi”) ma poi ho pensato che sarebbe stato un modo deprimente di iniziare la settimana bloggarola. E allora parto da questa bella foto che ha scattato l’amica Paola durante la passeggiata di ieri all’eremo di San Leonardo a Roccantica. È quasi una sacra rappresentazione, con il sottoscritto che campeggia al centro dell’immagine, sopra agli amici Andrea e Rocco, solo e pensoso nella folla all’interno della grotta, mentre ascoltiamo

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le spiegazioni della guida, ma io sono ovviamente perso dentro i miei pensieri, con in mano i miei vincastri e in testa una bella berretta, in una posa e con una luce che accentuano il lato caravaggesco del mio look, specie quando non mi accorcio la barba da un po’.

Chissà che cosa stavo rimuginando, con il capo (ovviamente) reclinato e così assorto da far pensare che pensassi a qualcosa. Certo non potevo prevedere l’ennesimo “buchetto nero” della sera, quando ho aspettato assieme Daniela per un quarto d’ora abbondante i nostri amici davanti al cinema sbagliato (nella conversazione whatsapp era chiaro che l’appuntamento era all’Adriano, mentre io mi sono diretto senza dubbio alcuno al Giulio Cesare, dove peraltro, per somma sfiga, davano lo stesso film…), costringendo entrambi a un’ovvia corsa per rimediare, e in fondo abbiamo perso solo i primi i cinque minuti scarsi del film The Mule, di e con Clint Eastwood (che tra l’altro mi è piaciuto proprio tanto).

Quando siamo usciti, contrito ma anche deciso a combattere queste mie improvvise ma sempre più numerose defaillances con una sana autocritica da cui ripartire rinvigorito nella mia lotta, ho confessato a tutti nel parcheggio uno dei più recenti e clamorosi “buchetti neri” (che avevo tenuto per me) e cioè di quando un paio di settimane fa al bancomat avevo fatto tutto per bene salvo una cosa sola: ritirare i soldi (che per fortuna sono rientrati nella macchina dopo trenta secondi e, dopo essere andato io in banca la mattina dopo, mi sono stati riaccreditati sul conto). Alla fine della “confessione” il coup de théâtre: cerco il biglietto del parcheggio, appena pagato, e ovviamente non c’è: stava ancora lì, nella macchinetta…

Non c’è niente da fare. Non puoi stare lì concentrato 24 su 24 a fare attenzione a quello che fai. Io ci provo, davvero. Ma prima o poi la cazzata mi scappa.

Mi consola solo il fatto che in fondo mi succedeva anche a trent’anni. Come quella volta memorabile quando, alle 4 del mattino, sentii suonare il campanello e, aprendo la porta, vidi i carabinieri che mi chiedevano se le chiavi nella porta fossero le mie (erano stati chiamati da qualcuno nel palazzo per non so quale problema e, scendendo a piedi per le scale, avevano notato quel mazzo voluminoso di chiavi appeso alla serratura): mentre cercavo di biascicare qualcosa assicurandoli che io ero io, che insomma la casa era la mia, la portiera che li accompagnava stava dicendo loro che io ero così, un po’ scordarello, (come diciamo a Roma…).

E allora (probabilmente) non si tratta di rimbambimento dovuto all’età. È, diciamo, un rimbambimento intrinseco.

Su un’ipotetica voce Enrico Galantini nella Treccani (molto ipotetica, visto che non se ne fanno più, di voci, e la Treccani probabilmente chiuderà…) ci potrebbe essere scritto: “(…) In età avanzata si scoprì caravaggesco (…), quanto all’essere rincoglionito, era rincoglionito da sempre (…) bla bla bla”.

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