Mozart in Etiopia

Nella piazza di Poggio Mirteto, come quasi in tutte le piazze centrali di tutti i paesi e le città d’Italia, c’è il monumento ai caduti. Quelli del 15-18 e quelli della seconda guerra mondiale. E anche quelli che morirono in Africa, nel 1911 in Libia e nel 1936 in Etiopia, per il sogno imperiale fuori tempo di un paese e di un popolo che faticava (e fatica ancora) a essere nazione.

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A me il monumento di Bernardo Balestrieri piace, con quel suo essere quasi più architettura che scultura, nella solidità della Vittoria dalle ali possenti, che contrasta con l’abbandono plastico del soldato morto ai suoi piedi. Quando per la prima volta ho letto i nomi dei caduti ho ritrovato tanti cognomi che a Poggio e nei paesi vicini sono comuni. Ma ce n’era uno, tra i caduti d’Africa, che mi ha molto colpito per il suo essere “altro”. Mozart Lacroix, così si chiamava uno dei tre poggiani morti in Africa (nel monumento non si specifica in quale guerra).

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A lungo ho fantasticato sul come e perché un Lacroix, cognome non certo sabino, fosse venuto a nascere qui, ricevendo per di più un nome impegnativo e non comune come Mozart. L’anno scorso, quando ho comprato l’interessante  libro patrocinato dall’Associazione di cui faccio parte, gli Amici del Museo, sulla Vetreria di Poggio Mirteto (Valeria Bacci, La fabbrica dei cristalli, Espera edizioni), l’arcano mi si è svelato immantinente. La Vetreria Faiella, che per centovent’anni (dal 1827 al 1948) ha costituito il vanto industriale di Poggio Mirteto, richiamò molti mastri vetrai da tutta Europa. Dalla Germania, dall’Impero austroungarico, dal Belgio, dalla Svizzera e, molti di loro, dalla Francia. I Lacroix probabilmente erano d’origine francese, ma il primo nell’albero genealogico ricostruito da Valeria Bacci era nato a Livorno e si chiamava Antonio. Suo figlio Vittorio, nato nel 1860 a San Vivaldo (che è una frazione della toscanissima Montaione), sposa agli inizi del XX secolo una poggiana di vent’anni più giovane, Giuseppa Aspromonti, e ha quattro figli. Mozart (all’anagrafe Mozzart) è il più giovane e nasce nel 1912. E dunque deve essere morto in Etiopia nel 1936, una delle quattromila vittime italiane, tra morti in battaglia e morti di malattia, di quel conflitto che servì al fascismo per nascondere le tante magagne dell’Italia del regime.

Se avessi la penna e la fantasia di Hugo Pratt, la vicenda di Mozart Lacroix, nato nella verde Sabina e morto a 24 anni sugli altopiani etiopici, meriterebbe un racconto alla Scorpioni del deserto, la serie che il maestro di Malamocco dedicò alla guerra in Africa. Io posso solo fantasticare su questo giovane che si trovò a combattere, assieme ai suoi compagni di ventura, contro truppe nettamente inferiori in quanto ad armamenti, ma che conoscevano meglio le terre sui cui si lottava ed erano animate dalla voglia di difendere la propria patria. Chissà cosa avrà pensato il giovane Mozart, chissà se ci avrà creduto in quella guerra che combatteva, chissà cosa avrà provato davanti ai panorami africani, in quegli altopiani così diversi dalla terra morbida e bassa in cui era nato, in quelle notti africane piene di rumori e di odori mai sentiti. Chissà se avrà avuto paura davanti all’ultimo attacco, se venne fulminato da una pallottola nemica o se fu invece una zanzara maligna a piegarne la fibra.

A oltre ottant’anni (e a tante migliaia di chilometri) di distanza, di sicuro ormai c’è solo quel nome, Mozart, l’ultimo nella colonnina dei poggiani morti in Africa.

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