Il non lavoro ben fatto

L’amico Vincenzo Moretti, sociologo, scrittore e tante altre cose,  è un uomo che vede più lontano degli altri. (Anche perché, essendo alto due metri, da questo punto di vista la natura lo ha facilitato…).

Vincenzo ha dato vita a un movimento a suo modo eccezionale, quello che raccoglie, sotto gli hashtag #lavoronarrato e #lavorobenfatto, tante persone e associazioni che una volta l’anno (la notte del 30 aprile, la notte che s’apre al 1° maggio) si riuniscono “per leggere, narrare, cantare, recitare, disegnare il lavoro e il suo valore”. Come dice Vincenzo, “La notte del lavoro narrato non è un evento, è l’occasione per tenere assieme l’Italia intera e anche un pezzettino d’Europa intorno al lavoro e al suo valore. Dunque niente ansia da prestazione, non bisogna essere per forza in mille e neanche in cento, anche se siete in cinque trovatevi un posto dove leggere, narrare, cantare, ascoltare le vostre storie di lavoro, fate qualche foto e qualche breve video, condividete il tutto con l’hashtag #lavoronarrato e sarete anche voi protagoniste/i della notte più bella dell’anno”. Un movimento, insomma, che racconta un’Italia migliore di quella che ci dicono le cronache, politiche e sociali. Un movimento a suo modo rivoluzionario, di quella rivoluzione che parte dal basso, dai singoli, che non ha fretta, che cresce e feconda la terra su cui cammina. Quest’anno siamo alla quinta edizione della notte del lavoro narrato.

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Mi sembra un’idea bellissima. Anche se all’inizio, quando sentii (o più probabilmente  lessi) Vincenzo parlare (scrivere) del lavoro narrato mi sentii un po’ lontano da questo suo mondo. Non perché fossi già in pensione, che allora ancora lavoravo, ma perché io sono uno di quelli che della Bibbia ha recepito soprattutto l’idea rappresentata dalla cacciata dal Paradiso terrestre, quella del lavoro come punizione, come condanna rispetto a una condizione edenica di dolce far niente, di vita goduta in santa pace. Pur avendo fatto tutta la vita un lavoro certo non disprezzabile come il giornalista, nel mio cuore non ho avuto mai il fuoco della passione per questo lavoro.

E dunque che mi narro? mi dicevo. Meglio che stia zitto. Ma qui mi viene in soccorso l’altro hashtag, quello del #lavorobenfatto. Cito ancora Vincenzo: “Nel corso di una conversazione del 1986 con Philip Roth che mi piace  sempre ricordare, Primo Levi a un certo punto afferma: «Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del lavoro ben fatto è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale». E qui, si parva licet, mi riconosco. Non ho amato particolarmente quello che ho fatto per 38 anni, ma ho sempre cercato di farlo bene, non mi sono mai risparmiato. Proprio perché farlo al massimo delle mie possibilità mi dava comunque più soddisfazione, mi faceva sentire meglio che non il buttare via le cose, così, tanto per farle. Se ci sia riuscito non sta a me dirlo, ma ci ho provato.

E veniamo all’oggi. Da quando sono in pensione ho cancellato con decisione ogni idea di accettare (meno che mai cercare) collaborazioni giornalistiche. Quel periodo è finito, per fortuna e per sempre. Ma anche adesso che non faccio niente, cerco di farlo nel modo migliore possibile, il che vuol dire per me, adesso, nel modo più rilassato e libero. Leggo molto, scrivo un blog in cui parlo solo di cose che mi piacciono, di ricordi (è una sorta di assicurazione per quando dovesse arrivare Herr A.) e della terra in cui abbiamo scelto di vivere, ascolto molta musica, guardo film e serie televisive, mi occupo, per quanto posso, dell’orto. Ma senza ansia da prestazione, senza obbligarmi a fare oggi quello che posso fare, magari meglio, domani. Dimenticavo: fino a qualche mese fa camminavo molto. Adesso, a causa di un tendine che purtroppo non è solo d’Achille ma anche mio, mi devo limitare assai. Ma sono fiducioso sul fatto che  tra un po’ ricomincerò a girare tra i boschi di questa splendida Sabina, alla ricerca di rovine nascoste e sentieri nuovi, alla ricerca di quello che c’è oltre quella curva…

La notte del 30 aprile, cari lavoratori ben facenti, sarò con voi con il pensiero e con l’auspicio (che è anche una certezza) che siate sempre di più. Già ci siete, in realtà. Dovete riconoscervi, fare rete, coinvolgere. Ma siete sulla buona strada.

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