Revotano

Quando sabato sera Massimo ha detto che l’indomani aveva intenzione di andare al Revotano (si pronuncia con l’accento sdrucciolo sulla prima o), non ci ho pensato neanche un momento e ho detto subito Vengo anch’io. Così la mattina dopo a un quarto alle 9 ero sotto casa sua. Di lì, neanche dieci minuti di tragitto su una stradina, prima asfaltata poi bianca, che parte dalla piazza di Poggio Catino e segue a mezza altezza la costa boscosa sopra la provinciale 48, fino alla piazzola dove abbiamo lasciato la macchina. Dalla piazzola abbiamo preso una traccia di sentiero che s’inerpica  ripida per un breve tratto, poi s’incrocia un altro sentiero che viene sempre da Poggio Catino, si va a sinistra e poi si sale morbidamente prendendo sempre la destra a ogni bivio.

Si arriva così al bordo del Revotano e la vista affacciandosi nel vuoto è questa:

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un’immensa cavità (duecentocinquanta metri circa di diametro) con pareti di roccia a picco verso il fondo che sta qualche decina di metri più in basso (dalla parte dove siamo scesi e si scende: dall’altro sono ben più di cento, i metri di profondità). Una smisurata dolina carsica che si apre sul declivio boscoso, che a metà 800 fu oggetto di dotte disquisizioni se fosse questa, o quella di Catino, l’apertura attraverso cui Virgilio fa scendere Giunone agli Inferi – e insieme l’ombelico d’Italia. Ne parla diffusamente il Guattani nel secondo volume dei suoi Monumenti Sabini (intorno alla pagina 320), pubblicando questa incisione

Revotano

e queste dotte parole (in realtà di un altro autore, tale Raffael Ruga, “pratico molto di questi luoghi”, scritte in una lettera indirizzata al Guattani e da questi pubblicata nel suo “Monumenti”):

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Ne avevo letto, insomma, ne sapevo abbastanza, avevo visto anche un filmato su YouTube. Ma niente è come l’esperienza diretta… Scesi lungo il sentiero che porta giù, prima abbastanza chiaro, poi più che altro tracce (anche abbastanza scoscese, soprattutto se, come nel nostro caso, si sbaglia direzione), alla fine arriviamo in fondo e devo dire che mi dispiace solo di non aver potuto vedere la mia faccia, l'”ooooh” muto che mi si deve essere stampato sul viso.

Muschio dappertutto, a ricoprire alberi e macigni, un silenzio quasi totale interrotto solo dal gracchiare di qualche cornacchia (ma quelle pareti verticali sembrano adatte a uccelli ben più grandi e “importanti”), il sole che ancora stava sorgendo e con i suoi raggi cambiava continuamente la visione. Sembrava di stare all’interno del mondo perduto di cui narra Conan Doyle. Solo che non occorre andare nella foresta amazzonica, basta andare nel bosco sabino…

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