Impilatori si nasce

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Questa acquatinta di Folon, che campeggia di fronte al mio letto (dopo avermi seguito in tutte le case in cui ho abitato) è la prova del mio essere un impilatore nato.

Uno potrebbe dire, ma che c’entra questo quadro con le pile di libri e quant’altro di cui cospargo i miei spazi? È un’obiezione non priva di fondamento. Se si guarda bene, però, si nota lo stesso principio. Sul quadro stanno, infatti, ormai da un po’ di tempo, un po’ di altre cose.

Un rosario di Lourdes, dono di mia moglie: io sono un agnostico che ha studiato però – o pour cause – dai gesuiti e non un ateo; non affronto il problema, ma non lo escludo dai miei orizzonti.

Una foto che amo molto di mia madre bambina, su cui ancora disputo con me stesso sulle somiglianze, con una sola certezza: io non so se sia identica a mio fratello o a mia sorella – oscillo a giorni alterni tra le due ipotesi – ma una cosa la so per certa: mamma non assomigliava a me (o meglio: io non assomiglio a mamma), da piccoli, almeno.

Un’etichetta, opera di Paolo A., di una delle mie grappe migliori (quando facevo ancora il vino e, con le vinacce, un amico faceva la grappa). Che terzetto: Enrico G. in vigna e cantina, Sir Paul agli acquarelli, Mastro Max all’alambicco. E che grappa…

Insomma, una pila diversamente tale.

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