Io e il vino

Ho deciso di chiudere la pagina di questo blog dedicata ai vini. Non la seguivo, non ci scrivevo quasi mai, e una pagina non seguita e poco scritta è brutta, è segno di sciatteria. Continuerò a scrivere di vino sulle pagine normali di questo blog, come del resto faccio sempre, con maggiore o minore intensità a seconda dei momenti. Ma l’introduzione che avevo scritto per quella pagina mi piace ancora. E allora la ripubblico qui, tre anni dopo, con piccolissime modifiche. E farlo il primo dell’anno spero mi sia auspicio di belle bevute per tutto l’anno… 

Sono stato astemio fino ai sedici anni circa. Poi ho cercato di rifarmi del tempo perduto e, visti i successivi quarantasette anni, posso dire che è uno dei pochi propositi che abbia mantenuto dei tanti fatti nella mia vita.

La prima volta che bevvi vino fu a casa di un amico di papà, l’ingegner Mosca, che abitava a Settebagni, in una casa in cima a un poggio, e produceva lui stesso vino. Era bianco, mi sembrò buono, ma lo bevevo soprattutto per sfogarmi con i miei: “in vino veritas”, pensavo e dicevo, e poi, “se sono ubriaco, non sono responsabile di quello che dico”. Mi sfogai così bene che non mi ricordo più il perché di quello sfogo.

LTPer anni ho bevuto da ignorante. Poi, alla metà degli anni novanta, ho seguito dei corsi dell’Arcigola. Il nostro guru era Sandro S., del quale ho seguito svariate serie di lezioni (e che ho incrociato di nuovo l’anno scorso): dai bianchi ai rossi, dalle bollicine ai grandi vini francesi, dal corso di abbinamento cibo-vino (mitico, a via Basento: all’epoca avevo entrambe le mani ingessate e facevo un po’ fatica a mangiare e bere, ma erano serate indimenticabili) alla serata monstre al Ponte della Ranocchia, quando c’erano ancora Sandrone e Mara, con i grandi vini rossi di Borgogna della Romanée-Conti (ricordo ancora la preoccupazione di portare in motorino una magnum di La Tache – forse proprio del 1990 – che mi avevano incaricato di andare a prendere non mi ricordo più dove).

Quelle belle serate erano un delirio di parole: tutti alla ricerca nei vini dei profumi e dei sapori più strani – fiori bianchi, frutta rossa, spezie, agrumi, albicocca, pesca, cioccolato, tabacco, cuoio, salmastro, inchiostro, polvere di cannone e via dicendo. E il delirio aumentava via via che aumentava il tasso alcolico. Io normalmente ne sentivo assai pochi, di profumi (e dentro di me un po’ mi dispiacevo e un po’ mi chiedevo come cazzo facessero gli altri a sentire tutte quelle sfumature) e soprattutto facevo ancora più fatica a definirli, ma mi piaceva giocare. E poi è vero che i vini cambiano molto con il passare dei minuti e che a volte (assai spesso) annusare, anche senza riuscire a chiamare con il nome giusto quello che si snasa, è meglio che bere.

Poi anche il gioco è venuto un po’ a noia ma con due o tre amici (Antonio, Ursula, Diego) abbiamo fondato la nostra cellula segreta di Arcibevitori, senza tessere e senza cariche sociali, e abbiamo continuato negli anni a vederci per mangiare e bere, diradando poi nel tempo  gli appuntamenti per vari motivi –  i lavori, i cambi di casa e, ahimé, l’età –. Ma ancora adesso, vent’anni dopo, ogni tanto, ci si trova per  bere e mangiare. E parlarne. E poi se ne parla ancora, di persona o anche al telefono.

Ho pian piano perso l’abitudine a cercare profumi particolari, non però a snasare il bicchiere. A volte non so dire perché un vino mi piace, ma so se mi piace o no. Di solito il fattore principale è la complessità (anche se a volte quello di cui hai bisogno è l’esatto contrario, e cioè l’immediatezza, la bevibilità). Ci sono vini che sono mondi interi e, al di là delle parole per dirli, è bello avere il tempo di annusarli. Peccato che poi la memoria sia quello che è. E tutto passa.

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