My sweet George

images3Tra ieri e oggi ho guardato (e goduto) le tre ore e mezza dello splendido documentario di Martin Scorsese su George Harrison, Living in the material world. Sullo schermo le immagini di quegli anni irripetibili, l’incredibile vicenda di quei quattro ragazzi di Liverpool, attraverso i ricordi degli stessi protagonisti, e di chi ha condiviso con loro esperienze, passioni, amicizia, amore. E in particolare la parabola di George, il piccolino, quello timido e un po’ introverso,  quello che sapeva suonare la chitarra.

Adesso scrivo queste poche righe mentre sullo sfondo suona il suo primo album solista, All things must pass, quei tre vinili in cui aveva riversato anni di composizioni che non avevano trovato spazio sui dischi dei Beatles, egemonizzati dalla coppia Lennon-McCartney. Avevo già visto sui dvd della storia dei Fab Four interviste e spezzoni da cui emergeva lo humor di George e il suo gusto tipicamente inglese dell’understatement. Ma qui, dalle parole di Paul, di Ringo, di Eric Clapton, della moglie Olivia, del figlio Dhani, di Klaus Voorman (amico fin dai tempi di Amburgo, bassista e grafico: è sua la copertina di Revolver), di Eric Idle e Terry Gilliam dei Monty Python, di Jackie Stewart (il grande pilota di Formula Uno, anch’egli suo amico) e di tanti altri esce a tutto tondo il ritratto di una persona davvero fuori del comune.

Unknown2Una persona che amava la musica (“so fare solo questo”, dice a un certo punto lo stesso George con un sorriso a mezza bocca) ma che odiava la follia che girava intorno a quel mondo. Uno che era sempre in cerca di qualcosa di più, che da un certo punto in poi ha scritto canzoni d’amore, sì, ma dedicate tutte al suo Sweet Lord. Che davanti alla tragedia in Bangladesh, s’inventa il primo maxiconcerto di beneficenza, con tanto di film e dischi per mettere insieme più soldi per la causa. Ma insieme un uomo che amava il cinema, le macchine da corsa, il giardinaggio. Una persona con mille facce, insomma.

Tre ore e mezza che vanno via in fretta, quelle del film di Scorsese. Che ti viene voglia di ri-vederlo, di ri-guardare anche il bellissimo concerto in memoria di George alla Royal Albert Hall. Che poi non puoi fare a meno di mettere su un suo disco e sentire le sue canzoni.

George amava girare filmini domestici. Nel finale Scorsese ne utilizza uno con una scena che mi ha molto colpito. Si vede un primo piano di tulipani, gialli, rossi e arancioni. Poi, dopo qualche secondo arriva lui, George, che dopo aver preparato l’inquadratura guarda in camera da sopra i fiori. Poi si china e il suo volto appare nello spazio tra gli steli dei fiori, sotto le corolle. Guarda ancora in camera, serio, per qualche lungo secondo. Poi partono i titoli di coda.

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