Le penultime volontà

nonnavendemmia

Mia nonna mentre vendemmia nel suo podere di Quiliano (Savona)

Rimettendo a posto vecchie carte ho trovato un plico con i testamenti di mia nonna Maria. Sono quattro, datati 1963, 1969, 1975 e 1977: essendo nata nel 1890, all’epoca del primo aveva 73 anni, quando redasse l’ultimo, qualche mese prima di morire, ne aveva 87. Sono tutti rigorosamente scritti a mano con una penna biro su fogli di carta a quadretti o a righe, tranne l’ultimo che è su dei fogli strappati da un’agenda (nonna, tra le altre cose, era come la Fiat Uno: risparmiosa). L’ultimo testamento me lo ricordavo bene, gli altri no. Leggerli è stato fare un tuffo in un passato ormai abbastanza remoto ma in qualche modo sempre presente. Per nonna Maria scrivere le proprie ultime volontà non voleva dire solo fare un elenco di lasciti; era un po’ il modo di tirare le somme della sua lunga vita, mostrare la sua magnanimità e magari cavarsi anche qualche sassolino dalle scarpe. I suoi testamenti dicono molto di lei, del suo carattere, di come fosse.

Al terzo tentativo, a 85 anni, ci scherza un po’ su: “Eccomi di nuovo a scrivere le mie ultime (chi lo sa) volontà, sorrido a questo punto e sorriderete anche voi quando mi leggerete”. Confermo: ho sorriso.

Nei precedenti scritti era stata più seria. Nell’attacco del primo, ad esempio, si rivolge ai figli: Adriano (mio zio) ed Eugenio (mio padre). È un incipit esemplare di rapporti sbagliati: nonna era un personaggio difficile, come avrà capito chi ha seguito il link che ho messo all’inizio. Zio e papà sono stati segnati per sempre, in modi diversi, dalla sua personalità, dal suo protagonismo, dal suo infinito egocentrismo.

Scrive nonna Maria: “Queste poche righe che lascio ai miei adorati figliuoli dicano loro, dopo la mia morte, quanto ho voluto loro bene, anche se sono stata severa, se li ho puniti e a loro sarò sembrata ingiusta”.

Prima tocca al figlio maggiore: “Tu, Adriano, eri molto cocciuto, bisognava saperti prendere, ma con le buone non era sempre possibile, da bambino ci sono state delle volte nelle quali ho letto nei tuoi sguardi del risentimento, ma oggi, fatto uomo, ti sarai convinto che la tua mamma ti diceva tutto sempre e solo per il tuo bene. E oggi sento che mi vuoi bene, anche se molto, troppo spesso mi rispondi male e fai l’indifferente”.

Ma ce n’è anche per il secondo: “Da te, Eugenio, mi sarei aspettata un po’ più di tenerezza; tutte le mamme al posto mio avrebbero fatto quello che io ho fatto, ma dopo la guerra, o meglio dopo quello che hai sofferto, ma ancor più quello che ho sofferto io per amor tuo, mi sarei meritata oggi un pochino più di tenerezza. Ad ogni modo ognuno è fatto a modo suo e se anche oggi che sono vecchia soffro di vedermi e sentirmi trascurata dai miei figliuoli, forse la colpa è mia!”.

È fantastica questa chiusa, con il mix di rimprovero e senso di colpa, in cui comunque è sempre inesorabilmente  il primo a prevalere.

Ma ci sono anche momenti teneri e a modo suo poetici (nonna era così: irritante e irresistibile, se posso prendere in prestito una battuta di Schulz), come quando scrive che “il pianoforte è per la Lisa (mia madre, ndr). “Lo suonava tanto bene – spiega –, chi sa che riavendolo non riprenda anche lei. Prima che Eugenio partisse nel 1943 per Berlino – ricorda –, suonavano un walzer a 4 mani, era tanto triste ma tanto bello: suonatelo ancora, dirà tante cose anche a voi risentirlo”.

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