Lost, o dell’infinita possibilità

Ho appena finito la visione (la ri-visione) della quarta stagione di Lost, la serie televisiva. Forse la più debole finora, anche se ci sono momenti “fortissimi” e anche inaspettati, come ad esempio l’esecuzione della “figlia” di Ben Linus da parte del mercenario venuto a catturarlo, che al bluff del “supercattivo” (“Non è mia figlia”, “non conta niente per me”) risponde con quel colpo alla nuca che davvero raggela.

Credo che una delle ragioni di questa “debolezza” (le virgolette sono d’obbligo: checché se ne pensi Lost ha rappresentato un punto di svolta nella storia delle serie televisive) sia proprio nel meccanismo narrativo. Dopo tre stagioni di racconto quasi giorno per giorno della vita e degli avvenimenti sull’isola, intrecciati a flashback sulle storie dei singoli personaggi nella loro vita precedente, che aiutavano a capire meglio i vari protagonisti, le loro motivazioni e i loro comportamenti, proprio alla fine della terza viene introdotto un altro meccanismo, quello del flash forward, che, efficacissimo in quella puntata (tutti pensavano all’ennesimo flashback e invece non del passato si parlava in quelle riprese, ma del futuro – geniale…) e geniale  nella concezione, si rivela meno efficace alla lunga, quasi depotenziando l’efficacia della storia sull’isola e introducendo elementi di confusione dei quali non c’era proprio bisogno, vista l’indubbia complessità del tutto.

Sto parlando comunque del pelo dell’uovo, ovviamente. Devo dire, da ri-spettatore, che molto mi era rimasto della prima visione, ma molto mi era sfuggito. E che passando dalle puntate viste alla tv o scaricate dalla rete ai dvd della serie, con relativi contenuti speciali – interviste, retroscena, errori ecc. –, sono sempre più stupito dall’architettura complessiva che c’è dietro la superficie della storia e dalla bravura (e dalla capacità d’adattamento) del team degli sceneggiatori e dei registi. Oltre che degli attori.

Jorge Garcia e J.J. Abrams

Jorge Garcia e J.J. Abrams

La frase che è un po’ il simbolo della serie è quella che all’inizio è appannaggio del solo Locke (la prima volta quando l’operatore turistico gli rifiuta il walkabout nell’Outback, il trekking “iniziatico” nell’interno selvaggio dell’Australia), ma poi viene più volte ripetuta da vari personaggi. Don’t tell me what I can’t do, “Non dirmi che cosa non posso fare”, la rivendicazione rabbiosa e caparbia dell’autodeterminazione dell’uomo (o della donna). A ben vedere deve essere anche stato il motto di chi, da J.J. Abrams in giù, ha osato pensare una storia così fuori dagli schemi, tra orsi polari ai tropici, mostri di fumo ma incredibilmente cattivi, e un’isola che si muove (e non siamo a Posta Fibreno…).

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