La controcoscia del marchese

Ieri sera in una trasmissione televisiva il cuoco-conduttore chiedeva agli ospiti di raccontare i propri ricordi relativi al pollo arrosto. E, come in una pagina di Proust, la memoria degli astanti rievocava pranzi domenicali a base di tortellini e pollo arrosto (indovinate di dove era il, anzi, la rimembrante) e via dicendo.

Non ho potuto fare a meno di ricordare un pranzo di tanti e tanti anni fa, quando, essendo l’ultima ruota del carro (e ovviamente l’ultimo a essere servito) non riuscii a evitare un pezzo di controcoscia di pollo, ovviamente arrosto, attorno al quale mi ingegnai per minuti e minuti a far finta di mangiare cercando di essere al tempo stesso credibile.

Per quanto strano possa sembrare, sono in grado di ricostruire la data e il luogo di cotanto avvenimento. Doveva essere un sabato a pranzo, l’anno era il 1972, il mese novembre, il giorno l’11. (Me ne ricordo perché lunedì 13 novembre 1972 iniziai a lavorare…). Il luogo era Milano, l’appartamento al 14° piano di un grattacielo milanese, la casa del “marchese rosso”: così chiamavano, in quanto socialista, il presidente di una società dello stesso gruppo di quella nella quale avevo ottenuto uno stage di sei mesi all’ufficio stampa, preludio a una possibile assunzione se fossi andato bene.

All’università avevo fatto poco e niente, in quel primo anno, facevo fatica ad assorbire la morte di mamma, ma giustamente mio padre non accettava lo sbrago nel quale mi ero lasciato andare. O studi o lavori, mi disse, e mi trovò questo posto. Io non presi bene la cosa – mi sentivo cacciato via – ma visto anche che era finita in quel periodo una storia d’amore che era durata più di due anni, alla fin fine pensai che andare via non sarebbe stato così male. (Una settimana prima di partire, tanto per non farmi mancare nulla, mi rimisi assieme alla ragazza che mi aveva lasciato e così mi complicai ulteriormente la vita: diventai un esperto di cuccette e di treni della notte, il venerdì da Milano a Roma, la domenica da Roma a Milano. Circa trentamila chilometri in sei mesi, tre quarti della circonferenza terrestre…)

Ma tornando a quel sabato e al pollo, seduti al tavolo sotto il grande quadro non ricordo più se di Rosai o di Morandi – comunque un gran quadro – c’erano megadirigenti galattici, il marchese e la signora, mio padre e il sottoscritto. Per cui, come già accennato mi ritrovai un pezzo di pollo pieno di ossa. Personalmente giudico la carne del pollo scarsamente interessante ma, come sa chi mi conosce, il mio vero problema sono le ossa. A parte quelle della fiorentina, le altre mi fanno impressione e non amo mangiare carne se ci sono ossa in vista. Così, facevo finta di seguire la conversazione dei “grandi” (in fondo avevo solo 19 anni) e cincischiavo con coltello e forchetta il mio pezzo di pollo vagheggiando un qualche posto dove nasconderlo (ma non c’erano vasi a portata di mano).

Un pranzo disastroso. Per fortuna che il giorno dopo, la vigilia del mio primo giorno di lavoro, andammo ad Alba. Lì, in un ristorante che credo si chiamasse La Capannina, mi rifeci (con gli interessi) del disastro del giorno precedente. Ma questa è un’altra storia…

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