Un grande musicista tra le stelle

Sono venuto a sapere da un amico che è morto qualche giorno fa Gustav Leonhardt, il grande clavicembalista, organista e direttore d’orchestra che è uno dei padri, se non il padre, della pratica filologica (o esecuzione storica che dir si voglia) della musica barocca, della musica “antica”. Per capire la sua importanza, basterebbe solo leggere la lista dei suoi allievi pubblicata da wikipedia: ci sono tutti (o quasi) i più importanti clavicembalisti viventi (da Alan Curtis a Ton Koopman, da Christopher Hogwood a Bob Van Asperen).

Gustav Leonhardt negli anni 70-80

So di averlo sentito dal vivo tanti e tanti anni fa, e quasi di sicuro era al Festival Barocco di Palazzo della Cancelleria. Ho un ricordo abbastanza preciso della sobrietà della sua immagine, il suo aspetto affilato, la sua postura un po’ rigida, ma non ricordo il programma, se il grande Bach o qualche sua scoperta di allora. Sono sicuro che mi piacque molto: Leonhardt era garanzia di qualità, qualunque cosa facesse.

Ho guardato tra i miei vecchi vinili e ho trovato delle pietre miliari della mia discoteca: i concerti brandeburghesi, la prima versione “filologica”, con i fratelli Kuijken, Anner Bijlsma e Frans Brüggen, che rivaleggiava con quella del Concentus Musicus di Nikolaus Harnoncourt, insieme al quale, peraltro, Leonhardt aveva cominciato la monumentale registrazione di tutte le cantate di Bach. E come clavicembalista l’Arte della Fuga di JSB, le variazioni Goldberg. E poi e poi…

Il manoscritto di un concerto brandeburghese

Un paio d’anni fa ho comprato su Amazon un cofanetto, la “Gustav Leonhardt Jubilee Edition”, 15 cd a un prezzo ridicolo, con di nuovo le Variazioni Goldberg, della musica per organo di Bach, tanta musica per clavicembalo (Scarlatti, Couperin, Froberger, Rameau e altri). E tante altre preziosità. Adesso è esaurito, ma se lo ristampano lo consiglio alla grande.

Certo, la sua visione “protestante” oggi non va più di moda. Il rigore che predicava – come reazione alle interpretazioni “romantiche” di una musica che romantica non era – era anche troppo estremo. Diceva che il musicista dovrebbe “eseguire, non interpretare la musica. “Interpretare” significava per lui anche “tradurre” e, spiegava,  “dovremmo evitare di tradurre la musica, il compito del musicista è di presentare l’opera, di suonarla come intendeva il compositore”. Oggi siamo (sono) andati avanti. E del resto quella di Leonhardt era una posizione paradossale: suonare senza interpretare non è possibile. E lui certo lo sapeva. Ma l’idea di suonare la musica come “intendeva il compositore” è stata una spinta fortissima ad andare avanti, a riscoprire tutti quei mondi musicali sepolti nelle biblioteche (e quanta ce ne deve ancora essere su quegli scaffali…). E chi oggi è andato oltre, non avrebbe potuto farlo senza quelli come Leonhardt.

Stasera fa freddo e c’è un cielo bellissimo sulla mia valle. Con tutte le stelle accese e un falcetto di luna crescente dietro il quale si intravede tutto il satellite. Mi immagino che lassù, su un clavicembalo rigorosamente originale, oggi Leonhardt stia suonando le Variazioni Goldberg davanti al sommo Maestro. E che il grande Johann Sebastian gli dica: “Gustav, io non la pensavo così, questa musica, ma è bellissima”.

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