Sabato sera abbiamo visto a Toffia Vittorio Continelli nella nuova “puntata” del suo Discorso sul Mito, dedicata questa volta a Orfeo e Euridice. Uno spettacolo davvero bello, coinvolgente, profondo come tutti quelli di Continelli (un appuntamento che devo dire aspettiamo con impazienza un anno per l’altro…).
Un racconto che ti prende e non ti molla neanche un istante, dall’antefatto del Ratto di Persefone da parte di Ade alla storia dell’amore tra il divino cantore e la bellissima ninfa. E anche se tutti sanno come va a finire la discesa agli Inferi di Orfeo per riportare alla vita la sua sposa, e anche se sai che non va a finire bene, Continelli ti porta per mano a seguire il filo di una storia che in fondo è basata sulla speranza che l’impossibile possa accadere.
A sipario (metaforico) quasi calato, in una sorta di titoli di coda che narrano delle mille volte che questo mito è stato ri-preso e ri-cantato da angolazioni diverse, Continelli recita una poesia di Hilda Doolittle (H.D.), poetessa americana del primo Novecento, che fin dal titolo, Eurydice, rivela il rovesciamento del punto di vista. È la ninfa, è la donna, è la sposa che parla e che accusa senza mezzi termini Orfeo di arroganza e di spietatezza (arrogance and ruthlessness) per averla ricacciata all’inferno, un inferno che comunque – dice Euridice – non è peggio della terra sulla quale Orfeo è tornato (my hell is no worse than yours).
Un discorso potente, quello che H.D. mette in bocca a Euridice.
Un discorso che però, devo confessare, mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Ma come, pensavo, lui affronta quel po’ po’ di Odissea per ritrovarti, vince prove quasi insormontabili, cede alla fine e si volta per paura che tu non sia più lì – e così ti perde per sempre – e tu, brutta ingrata – me lo apostrofi così?!
La mattina dopo sono andato a vedere le tre foto che avevo fatto dal mio posto in prima fila (con il cellulare in posizione aereo, che non può disturbare ma che mi consente di scattare). E lì ho avuto la rivelazione.
Guardate le foto. Non sono belle foto. Tutt’altro. Ma parlano (almeno a me).



Guardatele bene. Sono divise in due. Sopra l’attore che narra la storia. Sotto il profilo del palco, nero. Orfeo e gli inferi. La presenza e l’assenza.
E l’assenza, il nero, è proprio quella di Euridice. Euridice non c’è in questa storia. Il mito è tutto di Orfeo. È lui il protagonista. È suo il dolore squassante. È sua la folle decisione. È sua l’impresa impossibile. È suo il tragico errore a un passo dalla felicità.
Lei non c’è. Di lei si parla. Viene desiderata. Viene rimpianta. Viene cercata. Viene persa. Ma è sempre l’oggetto. Non il soggetto. Non parla. Non ha diritto di parola.
È questa, credo, l’arroganza e la spietatezza che H.D. rimprovera a Orfeo e al mondo maschile che l’ha creato.
P.S. Ma quant’è bella questa diciassettesima stagione teatrale di 33 Officina Creativa? Grazie a Pino e a tutta la banda