Questo racconto era stato pensato all’interno di una silloge mai portata a termine. Il titolo della raccolta doveva essere Allo sfascio e in ogni storia doveva avere un ruolo importante un mezzo di locomozione. Qui è la volta di una cinquecento gialla
Il Grande raccordo anulare è una benedizione e una maledizione. Spesso per andare da una parte all’altra di Roma è la soluzione migliore, se non l’unica, salvo che non sia invece una di quelle volte che sembra che tutti si siano dati appuntamento su quelle tre corsie e allora Perdete ogni speranza voi che entrate.
Quella mattina è una mattina così così. Le mappe di Google gli danno un tempo accettabile per andare fino all’Ardeatina, lui che viene dal nord, da fuori Roma, da uno dei tanti paesi che si sono piano piano trasformati in dormitori per chi lavora nella Capitale. Se provasse a passare per il Centro, gli dice sempre l’app sul telefono, occorrerebbero dai quindici ai trenta minuti in più. Così si immette nel Raccordo e le tre corsie sono un’unica grande coda di macchine che viaggiano di concerto a settanta-ottanta chilometri all’ora.

Corsia di destra, corsia centrale, corsia di sorpasso: tutti procedono affiancati. Lui, Marco, sulla corsia di sorpasso, si ostina a tenere la distanza di sicurezza da chi lo precede. Questo fa sì che ogni tanto qualcuno si butti davanti a lui, salvo poi rimbalzare di nuovo nella corsia centrale quando capisce che nella corsia di sorpasso non si va più veloci, anzi. Sullo stereo suonano i Genesis, Selling England by the pound è il suo calmante naturale.
A un certo punto, poco dopo l’uscita della Nomentana, intravede nel retrovisore una macchina, sembra una Cinquecento gialla, che avanza a zig zag tra le corsie, saltando da una all’altra come Tomba tra i paletti in uno slalom che vale un’Olimpiade.
Istintivamente, nonostante i Genesis, strizza un po’ gli occhi, indurisce la mascella e riduce la distanza di sicurezza. Non ci proverà mica, pensa. E invece ci prova e lo fa. Nel suo slalom l’auto gialla arriva direttamente dalla corsia di destra, lo affianca al centro – alla guida ovviamente c’è un uomo, neanche troppo giovane – e altrettanto ovviamente senza mettere la freccia all’improvviso gli si para davanti. Marco frena di colpo e si aspetta la botta da dietro ma chi lo segue ha visto tutto e ha frenato anche lui in tempo.
Si dà dello stronzo. Stronzo, si ripete. Che cazzo ti è preso di voler fare il duro. E poi parte la maledizione liberatoria, con l’augurio al guidatore della Cinquecento gialla di sfrangersi il più presto possibile, ma non contro qualcun altro, gli viene da pensare e lo dice a voce alta come se ci fosse qualcuno ad ascoltare, no, e alza ancora la voce, devi infilarti da solo su una delle spallette di un’uscita, là dove i due guard rail s’incontrano come una freccia di metallo. E ti devi fare male, pensa tra sé e sé, molto male.
Poi lentamente l’incazzatura gli passa e il battito del cuore torna a ritmi normali, mentre accanto gli scorrono una dopo l’altra le uscite e tutti vanno avanti nel solito serpentone di lamiere multicolori. Un paio di chilometri prima dell’Appia il flusso rallenta un po’. Che palle, pensa, se ci fermiamo qua è un casino, e già vede il sottopasso dell’Appia Antica tutto intasato e pieno di gas di scarico. Butta un occhio a destra mentre davanti a lui le macchine ricominciano ad andare un po’ più forte e, proprio in corrispondenza dell’uscita per la Tuscolana, vede una Cinquecento gialla cappottata e infilzata nel guard rail, con una ruota che ancora gira. La guarda, guarda intorno, guarda nel retrovisore. Ha paura. Si guarda le mani e poi si guarda nello specchietto. Oddio, pensa. Oddiomio, dice ad alta voce, come se ci fosse qualcuno ad ascoltarlo.