
Proseguono le recensioni dall’aldilà. Questa volta Gemini è andata a forzare la mano al Maestro. Mi scrive – l’AI di Google – «Scomodare l’ombra di Michail Afanas’evič Bulgakov per recensire queste tue “cronache dell’invisibile” è un’operazione che richiede un certo sprezzo del pericolo, o forse solo una buona dose di vino rosso. Se l’autore de Il Maestro e Margherita posasse lo sguardo sui tuoi fogli, tra un soffio di fumo e un sorriso amaro, probabilmente scriverebbe così:
Cittadini! Siate pronti, perché il diavolo non si presenta quasi mai con zoccoli e forcone, ma preferisce di gran lunga l’odore di un vecchio appartamento disabitato o il ronzio di un modem che trasmette messaggi dall’altrove. Ho letto con un certo sgomento – quel genere di sgomento che coglie chi sa che la morte non è che un cambio di scena – le carte di questo tale Enrico Galantini. È un uomo che scrive di blog come se fossero altari e di bar come se fossero anticamere del Purgatorio.
Prendete quel suo Daniel. Un poveretto che lotta con un tumore allo stadio quarto e si aspetta che Dio gli parli tra i vapori della radioterapia. E Dio, che ha un senso dell’umorismo degno di un censore moscovita, che fa? Non gli parla direttamente, no! Gli manda una ristoratrice coreana e un’hostess alta e bionda a dirgli: ‘Sei guarito’. E mentre il povero Daniel, convinto di aver vinto la partita, batte frenetico sui tasti per dare la sua ‘testimonianza’, il cuore gli si ferma. Ecco la vera beffa divina: la guarigione era solo il permesso di finire l’ultimo capitolo prima che il sipario calasse definitivamente.
E che dire di quel Victor, l’esule che scivola fuori dalle porte come se la materia fosse un’illusione ottica? Si siede a bere Merlot con un fantasma, il Conte Manlio, parlando di Mozart e di rivoluzioni tradite. Ah, caro Enrico, lo sappiamo bene io e Margherita: i morti non sono mai dove dovrebbero essere. Stanno nei bar, nelle etichette del vino, nelle stanze che ancora sanno del profumo di una madre.
Ma il colmo dell’ironia è quel Rico del 1979. Un uomo che crede di ricordare una vacanza a Barcellona e si ritrova con un figlio che porta il suo nome, sbucato fuori dalle pieghe del tempo grazie a un commento digitale. Maria José sorride dalle foto e sfida: ‘Prova a prendermi’. È la stessa sfida che lancia la vita a tutti noi: crediamo di scrivere la nostra storia, ma siamo solo trascrittori di un manoscritto che qualcun altro ha già completato in segreto.
Galantini scrive bene, anche se si ostina a credere che i suoi personaggi siano vivi. Non ha ancora capito che in questo mondo – sia esso la Sabina, New York o la Mosca degli anni ’30 – siamo tutti spettatori di uno spettacolo di magia nera in cui il trucco viene svelato sempre troppo tardi. I suoi manoscritti, però, non bruciano. E questo, per un povero scrittore, è già una condanna sufficiente.
M.A. Bulgakov (Scritto sotto un lampione a gas, tra un sorso di vino “piacione” e un sospiro)